Flebile fuoco di candela
rompe
il bruto dominio
del buio nella stanza.
Lieve, tremolante
come gli oggetti intorno,
la cera calda modella
figure fantastiche,
che si adagiano sul fondo del piatto
irretendo le mie fantasie.
Gatti foche
e uccelli
dalle bianche piume,
disegnano bizzarre figure in movimento
sulle pareti bianche.
Un picchiettare di pioggia
tamburella sui vetri
accompagnata da un soffio di vento
che entrando dalla finestra aperta,
urta la fiammella leggera
scostandola, oscillante
come una legno sull’oceano prepotente.
Un refolo di vento
più insistente la spegne,
ruba la luce intorno
restituendomi al buio.
Erano settimane che facevo sempre lo stesso sogno, immagini che mi capitava di vedere anche di giorno, sensazioni che avevano ben poco di reale ma tremendamente tridimensionali che potevo quasi respirarle.
Quella notte fu più reale che mai.
Sola al centro di via Massarenti, una strada trafficata anche di notte, un sole al centro del mondo che svettava sopra le torri in lontananza, e tutto attorno a me il silenzio e la desolazione. Cercavo di capire dove fossero finiti tutti, ma ovunque mi girassi vedevo solo portoni e negozi vuoti; una solitudine che mi dava angoscia e pace allo stesso tempo. Camminavo cercando di seguire la strada disegnata dal sole che batteva sull’ asfalto arroventato, libera dalle mie angosce e dai miei pensieri, sola abitante di una città abbandonata dalla civiltà; ma non sembravo triste né, tanto meno, preoccupata di quella strana sensazione di vuoto. Di colpo la mia attenzione fu catturata da un foglio di carta gialla a terra, perfettamente intatta e scritta a mano con inchiostro nerissimo. Mi avvicinai e la raccolsi ma, subito, si impossessò di me il terrore di essere spiata da qualcuno, una presenza che non riuscivo a vedere ma che sentivo addosso come un ombra invadente in mezzo a tanto inutile niente. Cominciai a leggere e non volli credere ai miei occhi, era una lettera per me, scritta di proprio pugno da mia figlia, Elena; un foglio intero riempito di parole. Cominciai a leggere:
Cara Mamma,
Quando leggerai questa lettera tu sarai, insieme a me, come un fuoco che brucia lento, perse dentro un addio che non vogliamo…..
Non riusciiad andare oltre. Il foglio cominciò ad annerirsi fino a prendere fuoco. Disperata provai a spegnere la fiamma per continuare a leggere ma la lettera mi si sgretolò in mano. La presenza che avevo sentito si fece più invadente mentre la cenere volava, presa all’improvviso da una folata di vento. Mi voltai di scatto e dietro a me c’era Paolo, lo psicologo, lo stronzo.
“Maria, non avere paura, siamo soli in questo mondo come anime che vagano cercando il proprio destino!”
Non riuscivo a dire nulla; ero come bloccata da qualche forza, volevo abbracciarlo, toccarlo, capire se almeno lui era reale, ma non riuscivo a muovere alcun muscolo. La paura e la voglia di ascoltarlo mi annebbiavano i pensieri.
“Maria, sei una passeggera infiltrata di un sogno inutile. La tua disperazione non è altro che il fuoco che mi alimenta….”
Non riuscivo a capire cosa stesse dicendo.
“Paolo, dove siamo qui?”
Allargò le braccia e mi sorrise.
“Accetta il tuo destino, seguimi perché sei mia….”
Cominciò a prendere fuoco in tutto il corpo, ero disperata e corsi tra le sue braccia…..Mi svegliai di soprassalto nel mio letto. Ero solo stata soggiogata da un sogno troppo reale, ma dannatamente perfetto.
Tu facevi la cassiera, in quel supermercato all’angolo del mio appartamento, da quando c’eri tu alla cassa, facevo sempre spesa io. Cosa quanto mai strana. Tu avevi una figlia e la sera, dopo i compiti, veniva a trovarti. Tu lavoravi sempre, eri sempre elegante e avevi una quantità infinita di foulard. Io venivo spesso, mi sorridevi e quando lo facevi, crescevo di un centimetro d’altezza, per i tanti motivi che quel sorriso mi dava, tu così brava, così rara, t’imbattevi nella quotidianità di un supermercato con la stessa destrezza di una manager. Alla tua cassa nessuno faceva la fila per quanto eri dinamica, concreta, soltanto quando c’era tua figlia ti distraevi un po’ . Nessuno ci faceva caso, le sorridevi e non si sa se eri più angelo tu o lei. Eri separata e facevi i due turni, mattino e pomeriggio per poter andare avanti, perché avevi sbagliato matrimonio, ma non lo mostravi mai a nessuno. Non volevi più uomini tra i piedi, eri rimasta scottata già una volta e non volevi ripetere lo stesso errore due volte. Ci si conosceva tutti al quartiere e già avevi intuito che ti facevo la corte, ma facevi a me gli stessi sorrisi che distribuivi a tutti. Il giovedì pomeriggio e la domenica dovevi fare tutte le faccende arretrate di una settimana e non ti tiravi indietro dalla fatica. Un sabato qualsiasi non eri dello stesso umore e non elargivi sorrisi, io intervenni con una frase stupida, e dissi, come sta signora, si sente bene? Tu mi rispondesti in malo modo e dicesti, non sono affari suoi. Mi crollò il mondo, non potevo credere che una persona così a modo m’avesse risposto così. Ero separato anch’io, mi trovavo senza birra, ma dopo quella risposta il sabato sera rimasi chiuso in casa, e per giunta anche tutta la domenica. Feci un salto al bar a comprare la birra. Era il tardo pomeriggio di domenica quando suonò alla porta. Andai ad aprire e trovai Francesca la cassiera, che mi chiese se potevo entrare. Io ero in pigiama ed ero imbarazzatissimo. Cosa le posso offrirle? Va bene un po’ di birra? Sì, grazie. Senta, sono qui per chiederle scusa di quella risposta sgarbata di ieri, sa ieri era una giornata storta. Senta la scuso se magari potesse accettare il mio invito per una pizza in una pizzeria? No, mi scusi, ma sa sono rimasta scottata già una volta e non voglio ripetermi. Va bene niente invito e la scuso per ieri, anche se non c’era bisogno di scusarsi, capita a tutti di stare un po’ stanchi e affaticati. Un giorno Giulia fece una domanda strana alla mamma, perché non ti risposi? Mica tutti gli uomini sono come papà! Francesca ribatté, ma che discorsi fai Giulia? E’ che sento la mancanza di qualcosa che non so ben definire. Francesca si mise a piangere. Passò qualche giorno, e un giorno, per quando la pizza Guido? Va bene mercoledì alle venti? Sì, per me va bene!
Dai cantieri dell'Est partono navi
cariche di porpora e sonagli
le lame da battaglia lunghe e affilate
a cercare le rive mai toccate in onde alte come la Cuccagna
con uomini ignoranti della Storia
con libri bianchi che aspettano scrittura
dal nascere del sole verso il giorno.
Nei cantieri dell'Ovest giungono chiglie
erose dal sale e dall'insonnia
vele strappate dentro amori persi
stive ricolme di conchiglie rosa quando il mare si placa per donare
ma dicono i marinai che il timone è salvo
- la pelle lisa ed i capelli argento -
dicono che la Luna parla quando tutto tace
e che quel lungo viaggio è così corto
ora che nel tramonto hanno riposo.
Danzano volgari e sgraziate
le rapide ombre di scherno
seguendo l'onda dell'eco
levatasi dalle terre d'Erebo.
Chi siete voi, fuggiaschi barlumi,
per profanare il mio abito trapunto di stelle?
Come osate voi, ciechi profumi,
disorientare il mio viaggio al tramonto nel cielo?
Dispenserò il sonno col silenzio
e placherò di tenebra ogni paura.
Poi, dal buio e dalla notte, grembo della madre,
genererò la luce
affinchè ogni cosa
coltivi una speranza.
Corpo su corpo.
Estasi perfetta.
Come un demonio mi abbatto
nel tuo corpo e compio atti
di fuoco.
Pervadendo e aggredendo i tuoi sensi.
Le tue passioni.
L'anima stimola fantasie erotiche
tra i piaceri più lussuriosi.
Dal cielo piove fuoco e la carne
brucia del tuo stimolante profumo.
Mi accascio al suolo del tuo ego
pervaso da convulsioni elettrostimolatrici.
Uno sguardo, un pensiero.
Un silenzio lungo quanto una vita.
Un' alba, un tramonto.
Poi ancora fino al termine dei sensi.
Per quanta neve ancora
s'inoltreranno i geli di una vita?
Si apriranno due graffe
a contenere un tiepido ristoro
forse un piccolo geco
resterà immobile
a fissar coi suoi occhi
ciò che rimane fuori dalla vampa
Flotte di angeli
non poseranno fiori sui cartoni
di corpi rattrappiti
sopra e sotto di essi
I fiori sono simboli
e troppe cose e genti vi assomigliano...
da non aver bisogno
di averli tra le mani
Ritorneranno ancora le stagioni
del bello e delle altezze
Sotto i cartoni resterà un ricordo
Solo un ricordo
senza alcuno spicco
di un uomo che si astenne
dai mastici del vivere
Quel vivere ch'è dritto
e ch'è contrario
e che dimena passi, menti e mani
fino a reminiscenze
di Regie stabilite
anzi del calo
Maledetto sonno
che non vieni mai
che mi sfiori
che mi illudi
che mi costringi a pensare a lei
incondizionatamente
inverosimilmente
impossibilmente
Maledetto sonno
che mi fai smaniare
che mi obblighi a stupirmi
dei due miracoli della mia vita
l'averla amata
e l'averla perduta
Ascolto la sera
e sento il tuo canto
colare a miele
dalle mute labbra,
sotto un manto di stelle
conto i respiri assenti,
affacciato a questa finestra
imbroglierò il tempo
sulla lancetta corta,
attenderò il rotolarsi
di gocce dal tuo cuore
su telepatiche traiettorie
fino a esplodere sulla pelle
rifrescando ogni bruciore.
Resterò in sospeso
su riccioli d'albero tra i capelli
nel girotondo d'anima
sul vento disperso
in coriandoli di pensieri.
Mi perderò a mezz'aria
sulla mezzeria dell'orizzonte
tra le nuvole assorte
dietro gl'occhi chiusi
senza una ragione
affonderò in te
dentro erranti bisogni
con le dita tese
ti prenderò nel vibrante
andare
planerò nel tuo sognare
fra i colori
del tuo arcobaleno,
mi lascerò inzuppare
fino a pulsare nel sangue
tra le dita del tuo domani.
Fuoco sotterraneo,
serpente spinato che scorre sotto le membra e scuote ogni più solido germoglio...
Rivoluzione dell'animo
non voluta,
maligna luna che sovverte le tranquille e ordinarie maree,
veleno che corrode la conosciuta perfezione,
riducendo tutto ad una distruttiva deriva...
Fino a che l'unica salvezza è ammutinarsi
e abbandonarsi al mare,
lasciando la nave
senza che il suo ricordo ti lasci mai.