Corpi lucidi, sudati
dall’afosa estate.
Umidi e distesi
su bianchi teli,
si sfiorano leggeri,
tastando profumi forti
di umori traslucidi,
tra cosce e membra,
che invitano ad abbandonarsi
in percorsi lussuriosi
Vivere il giorno, e di questo, stare lieto, senza nessun altro desiderio che viverlo in pace e in armonia con il creato. Benedire ogni cosa provenga da Dio, e stare in pace con se stessi, perché sicuri di non avere fatto del male al prossimo, e se per caso qualcuno si sentisse offeso dal mio comportamento, chiedo scusa, io sono qui, qualcuno si faccia avanti, ed esponga il caso. Certo, potrei essere migliore, comportarmi da fratello con gli altri che incontro per strada, ma le vicende interiori rimangono interiori, non appaiono sulla fronte. Tra una ventina di giorni apparirà la primavera, si esulti per questo, che è una notizia particolare. E’ l’evento per eccellenza, tutto si risveglierà dal letargo, stiamo lieti. Tanto tempo fa, avevo acquistato una pianta di lillà dentro un vaso, per emulare Eliot, ne La terra desolata. Ora non ho più niente da emulare o da rincorrere per le ali del vento. Quanto tempo è passato dai miei vent’anni, infiniti e sono inchiodati al muro e io talvolta li sfoglio quasi fossero un calendario dei tempi passati. Il passato non ci appartiene più, eppure è da lì che siamo passati, volenti o nolenti, mia madre e mio padre hanno avuto una storia dietro, e me l’hanno tramandata educandomi. C’è sempre un retroterra dietro di noi, e noi ne siamo il risultato finale. E la primavera? Arriverà la primavera. Leggiadra e bella, sempre quella. Le favole racconteranno l’eterno ritorno. Ad ogni primavera si tramanda che il cosmo ha il suo valore escatologico, nel suo senso circolare. Noi uomini abbiamo un tragitto verticale, non circolare, ma attaccati agli anni che compiamo in tante primavere. La natura non ci tradisce mai, siamo noi uomini a tradire la natura, sfidandola, disboscandola, non dando cura al territorio che ha tanto bisogno di spazi, ma noi vogliamo costruire. La primavera verrà, diamole tutto il saluto che essa merita.
A terra,
Scollata dalla pelle che,
Nuda,
Si contempla stupita,
La maschera giace,
Sorridendo beffarda
A quella verità
Che fino a poco prima
Aveva ben celato
Col suo sembiante a velo
Spesso e mistificatore
D’un vero falso a rovescio nel pensiero.
Or tra di noi s’insinua, s’intrufola
Striscia e s’innalza a scudo rilucente
Muta ci guarda
E c’interroga nel cuore.
Sarà diverso il sole da domani?
E la luna, che stanotte da nebbia di lacrime,
E' offuscata
C’incanterà ancora?
Saremo spalle in opposto a sfumare
O ancora mani in teneri cenni di piacere?
E questa verità d’improvviso spuntata
Sarà capace a farsi perdonare?
si mischiano le carte
al tavolo dell'arroganza
dove la ragione
soccombe al torto
dove il bianco
diventa nero
e il nero
bianco
dove l'unico diritto al rilancio
è il grido silenzioso
del perdente
mentre una smorfia di umiliazione
gli solca le rughe
ormai avvezze all'ingiustizia
vestito di disgusto
si alza dal tavolo
abbandonando il gioco
ha perso la sua posta
per mano di un baro
In una favola di amore vorrei contenere quello che ho per non disperderlo nel vento, altrove mi sarei trovato diversamente da come sono. Non avrei trovato l’elemento scatenante di quel che ho, la favola, vivo in una soffitta dove vedo il cielo, e lì, ho costruito vari marchingegni per parlare con le stelle, ad ogni solstizio d’estate, ricevo il sole con un raggio nel tesoro che ho nella soffitta, un calice di argento, che contiene tutti i colori del mondo, ebbene proprio in quel giorno, la stanza della soffitta, si riempie di tutti i colori del mondo. Questo calice l’ho trovato da un mercante egiziano, e l’ho acquistato a molto prezzo, ma ne valeva la pena, perché in quel momento magico, tu ti rendi conto di far parte di un tutto, che vedi, e che puoi vedere una sola volta all’anno. Quando il sogno diviene realtà, ti rendi conto di far parte di un amore totale, che soltanto un essere soprannaturale poteva dare, e tale essere ha dato ad ognuno del mondo una abilità, una strada da percorrere, e seguendo tale strada, sicuramente tutti noi ci ritroveremo a far parte di quel tutto, che un giorno l’Essere Supremo ha creato, e a cui ritorneremo dopo un cammino di tribolazione, ma sempre vale il detto che dice, doglia passata, doglia dimenticata. Nessun peso ha la parola detta da una persona che ne dice troppe, sarebbe come ascoltare il vento nella bonaccia, il silenzio. Ora mi trovo nella soffitta, e ho installato un telescopio grandissimo, e ci si rende conto di quanto siamo piccoli noi umani. Oh se qualcuno si crede grande in questa terra, venga pure a vedere da un telescopio, quanto infinito sia lo spazio, da cui tutti proveniamo, da quel grande Big Bang, da cui tutti noi siamo nati. E non mi si venga a dire che dopo tale nascita cosmologica, qualcuno sulla terrapossa ritenersi grande, siamo tutti delle formiche, che raggranelliamo nel nostro deposito, che noi volgarmente chiamiamo casa, tutto il necessario per le quattro stagioni, e lavoriamo, e siamo retribuiti per farlo, e in base alla nostra retribuzione, il carico nel deposito sarà più o meno abbondante, ma nessuno si reputi grande in questa terra, che è un granello di sabbia, in confronto ai miliardi di miliardi di universi da cui è costellato l’infinito universo, che è l’infinito stesso.
Sono felice, o almeno ci spero. Ti ho amato davvero con tutto me stesso e so che questo tuo gesto è frutto della disperazione e della rabbia che hai, non per altro credo. Lo fai per me; perché mi ami anche più di tutte le finzioni che mastichiamo giorno per giorno in questo parco giochi che è la vita; mi ami oltre le immagini che danno alla televisione; oltre le menzogne dell’autoscontro o della slot machine. Com’è la vita? Come una ruota panoramica che gira;per tutti c’è un punto in alto, l’apice, da dove guardi il mondo e ti sembra infinitamente più piccolo di te e sei invincibile; e per tutti c’è un punto di fondo, da dove ti sembra impossibile risalire, anche se ci provi con tutte le tue forze. Ora siamo lì, sotto noi stessi e forse non risaliremo mai più, ma mi piacerebbe lo stesso crederci, anche solo per un attimo. La tua mano piccola nella mia, che ora non controllo più, è stata il filo sottile che mi ha legato a te fino ad ora. Non piangere, non serve, non fin quando almeno non lo farò io per primo. E’ difficile, lo so, ma niente è stato semplice, ed ora, niente può fareeccezione credo. Ho capito cosa è l’amore, ho amato tutto di te e sono contento di essermi bagnato nel mare nero dei tuoi occhi impenetrabili e sinceri, come una luna scura che nasconde una vita intera inimmaginabile. Non mi mancherà nulla perché ho avuto tutto da te, e continuerai a darmi tutto anche quando saremo stanchi di noi, anche quando sarai stanca del mio ricordo e di me stesso. Non si può continuare a riempire un bicchiere già pieno, ed io, sono già pieno di te. Fallo. Bevi ogni goccia della mia vita e diventerà tua per sempre.
Questo avrei voluto dire ma non dissi niente; ma, tramite la sua mano calda che sentivo appena, ci dicemmo tutto in un sorriso; poi non so cosa successe dopo. Era tutto così talmente confuso nella stanza bianca. Era tutta una musica veloce il mio corpo. Era tutto un vortice segreto la mia testa ormai spenta dal silenzio del rumore che mi ovattava dal mondo esterno, e non controllavo nemmeno i miei pensieri. Il mio corpo non mi rispondeva più. Fu solo un attimo. Un attimo ancora e poi sarebbe stato solo silenzio.
Mia moglie ed io stavamo percorrendo placidamente il viale dei tigli sottocasa, quando sento un confabulare di una persona dietro di noi. Era il professore di disegno in pensione, che vedendoci dice, che bello vedervi passeggiare mano nella mano, mi fa tenerezza, bravi, continuando in questo tono sommesso dice, io ho bevuto una bottiglia di birra in più del solito per esorcizzare il mio dolore, con l’alcol curo il mio danno, ho mia moglie sul letto gravemente ammalata, e lo dice con qualche umidità agli occhi, rossi da tanti pianti. Noi ci fermiamo, mi sento ferito al cuore e non mi viene niente da dire a quel poveretto che ha goduto per un attimo nel vederci mano nella mano. Avrà pensato ai suoi momenti migliori, quando anche lui passeggiava con la moglie per le vie del paese. E’ tanto un bravo uomo, e vederlo in quello stato mi ha toccato il cuore. Tante volte io disprezzo ciò che ho, e oggi quello che ho, ha fatto esultare di piacere un uomo, che quello che io ho, lui non può più averlo, ed è troppo distrutto dal dolore per rifarsi una vita. Ah quanto mi ha insegnato questo episodio! Pochissimo basta, soltanto tenersi mano nella mano per suscitare tenerezza a chi non può più farlo, e affoga nell’alcol per dimenticare, che non può più fare niente di fronte a una grave malattia. Impotente gira di bar in bar per non pensare. Che puoi vedere la televisione? E’ troppo grande il dolore se non lo esorcizzi con qualcosa che non ti faccia pensare. Cerchi solo di sopravvivere a un evento luttuoso, che presto o tardi arriverà. Che altro puoi fare? Non puoi stare tutto il giorno in una camera con chi sta soffrendo da morire. Esci, ti divaghi, bevi birra, tanta quanto ne puoi, per non accedere ai ricordi che ti potrebbero far soffrire ancor di più. E poi non c’è nessun limite ai dolori. Purtroppo!
..una parola.
Un`emozione.
Tu riesci a darmela.
E poi scherzando dici che io
io sono dolce
tu lo dici?
Tu che grazie alla dolcezza
hai preso il mio cuore.
Tu che mi doni queste sensazioni.
So che forse un giorno ci saranno delle difficoltà,
ma d`altra parte so che se non ti confesso tutto,
in questo momento.
Se non ti chiedo, di essere mio.
Si sa che le malattie della psiche o anima o mente sono complicate, perché vanno a toccare una particolare sfera cognitiva, il cervello. Com’è duro stare aldilà della barricata, ossia svolgere la professione di medico. E com’è duro sentire in prima persona la vita interiore di una malattia, che esteriormente non dà apparenza, ma la prova sta appunto nel confronto degli altri che ti sono vicini, e quando il confronto con gli altri diviene rigido, cioè non si riesce ad incanalare un discorso, il malato interrompe ogni rapporto con la realtà, e tutto diventa ancor più rigido. Il malato vorrebbe essere accettato dagli altri, ma non fa nulla in questo senso, anzi, diventa ancora più rigido. Che cos’è la malattia? E’ quando non riesci a comunicare con gli altri, faccia a faccia, il tuo io, perché magari dietro c’è tutto un retroterra di passato, che ha impedito tale fuoriuscita dell’io. E i più non ti capiscono e ti scambiano per un superbo che non saluta nessuno e chissà altre cose dicono alle tue spalle. Quando viene meno l’espressione diretta in modo adulto con gli altri, ci si sente mancanti, e viene dentro una rabbia anche essa resa inesplosa. La conseguenza netta di ciò non è che la depressione. Allora diventi un tutto e dai grandissima importanza al tutto, tanto di dimenticare te stesso. Dice il saggio, ama te stesso come il prossimo tuo. E ti accorgi di essere mancante su tutti e due i fronti. E che fai per avanzare positivamente? Niente, perché tu prendi tutti gli psicofarmaci del mondo, che non ti fanno pensare, né volere, e ti senti come un rifiuto organico, galleggi e basta. Il resto è storia.
Chissà quanti volumi equatoriali ha il mondo, e dove sono i confini fra spazio e terra e la dinamica della quantistica, senza tempo né spazio e il cielo? Il cielo sta sempre là, ovunque siamo messi in ogni luogo. Sorprende sempre il cielo per la sua nitidezza, il suo candore, illuminato dall’alba che ne schiarisce presto i contorni, e ovunque siamo immersi su questa terra, esso sta sempre là ad attenderci o noi che lo aneliamo, perché vorremmo sempre andare ad avvisarlo di tutto il formicolare del mondo. Ma lui imperterrito svolge il suo ruolo, stare al di sopra del pianeta terra. Ma non è un po’ restrittivo tale ruolo? Lo dimostra ben bene quando ci sono i temporali, ovvero mi correggo, al di sopra delle nubi lui svetta limpido, e tanto non lo immaginiamo mai il sole sopra le nubi, tanto ci sovrasta questo bullone d’Achille, mi si passi per tallone, che ci fa star male, specialmente ai depressi, che sentono come una cappa la lana delle pecore sempre più nera e fare mille volti tanti quanti ne contengano la Sfinge dell’antico Egitto. Oh avessimo ali da draghi, svetteremmo con la fantasia oltre le nubi e arriveremmo a fare fuoco persino al sole, e saremmo fritti in una ampolla, che qualcuno depositerà per conto nostro nel Gange, la poca polvere rimasta dopo la frittura di drago e scudiero. Ah che figuraccia! Esclamò Icaro, ma io almeno avevo la cera e non ho fatto la stessa figuraccia vostra. Vergognatevi! Nel medioevo i draghi non avrebbero fatto le stesse cose della modernità! Ci sono due orologi, uno va avanti, l’altro va indietro, io scelgo quello che va avanti e volto il capitolo. Mi verrebbe da dire, perché dite che il cielo sovrasta la terra? Non dite così, dite che è un tutt’uno. Oh potessi arrivare aldilà delle stelle, aldilà delle galassie, aldilà di mille universi, potessi raggiungere la parte infinita di miliardi di universi, e tutti in equilibrio fra scintille ipergalattiche di sommi sogni, fatti a primavera, quando si ricomincia a vivere, io non vorrei mai lasciare tale spazio cosmico, lasciatemelo aperto e che lo sappia soltanto il sommo Creatore ed io soltanto, e se non osassi troppo, chiedo umilmente da grandissimo peccatore quale sono, per la intercessione di mia moglie, che è una santa in terra, ve lo garantisco io stesso, dal momento che mi sopporta come marito da venti lunghi anni, ecco, solamente per questa intercessione, io chiedo di poter tornare dove in sogno sono arrivato, e traghettato dalle siderali galassie e imperiture stelle comete, chiedo di arrivare alla corte celeste, dove s’incontra lo spazio cosmico di trilioni di imperscrutabili presenze megagalattiche, dove gli universi infiniti fanno spavento al sidereo canto di trilioni di firmamenti, in un abisso totale fra ancestrali direzioni di infinite distanze cosmiche, mai immaginate da pensiero umano. Dov’è il vero destino? Di quale miracolosa presenza è formato l’uomo, e quanto egli sia importante ai destini di infiniti universi, se proprio il Creatore ha destinato l’uomo ad essere a Sua immagine e somiglianza su questo piccolo pianeta? E se proprio Suo figlio ha chiamato a redimerlo?
Frantumato
il dì si spezza in pulviscolo di sabbia
grani sparsi di vissuto in riga
costretti nella colonna
che batte il tempo filo a filo
e si rovescia.
Bianco sul nero
e ruga contro pelle
ad ogni completar d’ampolla
segna le linee stracciando il calendario
mentre il sole resta sempre uguale
anche nel tramonto.