Diario di Poesia e Letteratura Italiana. Scrittori del web presentano le loro opere d'Arte. - On line dal 28 Agosto 2003 -
30/04/2009
Non piangere alcuna lacrima per me,
non essere triste se devo andare
sono cresciuta in una prigione di vita.
Non sprecare alcuna parola
non abbiamo parlato per tanto tempo.
Sono cresciuta
mi sono fatta una idea tutta mia della vita
devo andare per la mia strada
che mi porterà
dritta dentro la luce.
I giorni si susseguivano veloci, dopo la banca Antonella incontrava Marco che la aspettava tutti i giorni, ed erano innamorati più che mai, i genitori di Antonella presero a ben volere Marco che passava la domenica da loro, pranzo e cena, poi tutti quanti passavano il pomeriggio nel giardino della villetta. Presero confidenza tra di loro e Giovanni, il padre di Antonella, disse a Marco, ad ottobre ti assumo nella mia impresa, e si festeggiò l’evento con fragole e gelato. Marco ringraziò i genitori per la bella accoglienza, ed ora c’era soltanto il pensiero di sistemare l’Anziano da qualche parte che non fosse un ospizio. Marco fece la foto di tutta la famiglia di Antonella con lo sfondo la villa per far vedere all’Anziano che lui si era sistemato, ed ora toccava sistemare Pietro. Giovanni disse, dì al tuo amico che lo possiamo sistemare nella nostra stanza degli ospiti. Marco sapeva che era una grossa impresa farlo spostare da dove era, ma il primo settembre Marco rientrò alla foresta, non senza il bacio di arrivederci di Antonella e dell’abbraccio della famiglia Fusco, alla quale era affezionato come fossero i veri genitori. Dopo un giorno di cammino arrivò ai ruderi e Marco e L’Anziano si abbracciarono. Quest’ultimo disse, pensavo che non ti avessi più rivisto e che ti fossi dimenticato di me. Come puoi dire questo, disse il giovane! Sto scherzando, ribatté l’Anziano! Allora? Disse quest’ultimo, come è andata la permanenza in paese? Bene! Disse Marco, gli mostrò la foto della ragazza stupenda di cui era follemente innamorato e i meravigliosi genitori che mi hanno offerto un lavoro per l’inizio di ottobre. E questa in fondo è la loro casa, continuò Marco. Adesso sei tu il problema disse quest’ultimo. In che senso? ribatté l’Anziano. Nel senso che devi lasciare questo luogo, hai più di ottanta anni e presto arriverà l’inverno, mi sentirei in colpa se tu rimanessi qui, potresti andartene da un momento all’altro, e qui non passa anima viva. Cosa? Ma ti rendi conto di cosa mi stai chiedendo? Di ritornare dalla gente da dove sono fuggito! E se ti ammalassi chi ti assisterebbe? Disse Marco. E poi dove andrei a finire? In un ospizio? Mai e poi mai, e mi meraviglio che tu me lo chieda. Ribatté l’Anziano. I genitori di Antonella hanno detto che ti ospiterebbero loro nella stanza degli ospiti. Ma è più di vent’anni che sono fuori dalla civiltà! E l’Anziano si mise a piangere come un bambino. Ritornarono insieme, Marco riuscì a convincerlo, non senza fatica. L’Anziano si sistemò nella stanza degli ospiti, arrivò il lavoro per Marco, e già dopo un mese si fece apprezzare da Giovanni per le sue doti. Marco rimase ancora al Tritone, l’albergo a una stella, ma si ventilava aria di nozze. Mi raccomando che resti un segreto fra di noi!
Occhi come le stelle
chiamate comete, brillanti e sfuggenti
nell`attimo fugace del loro passaggio,
vita che si espande
in un`accecante emozione
sublime più dell`amore stesso
e l`esistenza non ha più direzione,
lo spirito si adagia nel momento
e nei sentimenti suoi più profondi
cattura ciò che può
di un attimo eterno e invisibile
come il sottile filo che divide
sogno e realtà...
E` troppo facile
lasciarsi andare
quando non ti senti
di combattere
che tu sei così
e non vuoi cambiare
neanche per chi
ti ama veramente
Ho congelato ogni momento
della mia storia insieme a te
quel sentimento a senso unico
iniziato proprio al mare
quando quel vento gelido
mi ha fatto avvicinare e dirti
ho tanto freddo stringimi
per un bacio inaspettato...
Così ogni notte ci ritorno
su quella spiaggia che ricorda
del meglio del rapporto
quando noi eravamo ancora
solo l`anima di un fiore
che è cresciuto lentamente
tra i capricci e i miei difetti
tra i tuoi sbagli e i solamente...
Imparerò ad odiarti
io che ti amo come si ama
il dolce abbraccio di una mamma
o il latte caldo di mattina
io che ti amo come un cucciolo
un uccello da salvare
ti spalanco la finestra
ti restituisco al sole
Un po` ti amo
e un po` ti odio
perchè sei stato importante
e purtroppo lo sei ancora
nonostante le riprove
che mi affanno ad inventare
per non dirti ancora che
c`è qualcosa ed è l`amore
l`amore un po` bastardo che
mi ha illuso un`altra volta
e stavolta c`eri tu
col tuo essere un po` riccio
una conchiglia sulla sabbia
di una spiaggia senza noi
che racconta al nostro cielo
quanto siamo stati bene
quando c`era ancora tutto
nonostante fosse niente
mi sembrava fosse argento...
Io ti lascio andare via
non sarò mai come quelle
storie dense nonostante
più distanti delle stelle
perchè sono meno brava
a sopprimere il bisogno
di un abbraccio nonostante
possa averlo meno spesso...
Imparerò ad odiarti
imparerò a farmi odiare
così sarà più semplice
richiudere anche il cuore
che un po` ti odio
e un po` ti amo
nonostante tutto
ma imparerò ad odiarti
perchè non è più giusto.
E se le stelle brilleranno a miliardi sull'infitesimale mare del cielo, basterà una lampada per vedere i tuoi occhi, e non sarà un lampione, ma la luna candida getterà luce sul suolo marino ed io sprofonderò nei tuoi occhi magici dove vedrò il tuo abisso dell'anima incontrarsi con il mio, e non ci saranno resistenze da parte dei miei occhi, perché io conosco in profondità il tuo animo, e se venisse il più terribile dei temporali le nostre lacrime di felicità ingoieranno il tuono, e tutto svanirà e verrà veramente la primavera, perché sei tu che le darai gioia, sei tu che le darai il nome sempiterno di rinascita dopo un letargo durato anni. Quanto è loquace questa vita! Basterà il silenzio a parlare, e parleranno i tuoi occhi guardando i miei, e si diranno infiniti sguardi, ignari dello squallore del mondo nei vicoli di Londra, e di Parigi dove si calpesta il silenzio nelle case, sulle strade del mondo, dove non incontrerò i tuoi occhi, e se non li potessi incontrare, basterà il silenzio di una musica celestiale a farmeli ricordare, perché tu esisti per la vita, tu esisti per il mondo, e il mondo ha bisogno di te, della gioia che sai donare, della freschezza del tuo profumo, e parlerà il silenzio, ne sono certo, lontano da tanti bar dove si fanno pettegolezzi e si vive di questo e di scemenze, ma andate a Venezia, là toccherete il cristallo danzare infinte melodie su specchi d'acqua limpida, e tutto sarà lucente, e tutto avrà la sapienza della bellezza, perché la bellezza è molto fragile, ma dura in eterno se annaffiata con l'amore, il vero amore che non muore mai. Venezia non potrà morire, e come un violino suona sotto la pioggia a piazza San Marco, l'alabastro intarsiato nello smeraldo infinito di merletti rifiniti a mano, piove anch'esso le mie lacrime condotte dalla pioggia e dalla musica. Io spettatore potente di indefiniti musei potrò dire di aver assistito al lamento di un violino tra la pioggia in piazza San Marco a Venezia. Ma tu morirai? No! io sono eterna come una sirena che vive tra l'acqua, e dall'acqua traggo sussistenza. Ma tu morirai? No! Non sapete forse che la vita nasce dall'acqua, e all'acqua tornerà dopo un lancio su di un trapezio come gli equilibristi più raffinati, tre salti mortali con avvitamento, e prendete un the al caffè Florian, tutti voi che andate a Venezia, mettetelo sul mio conto!
Un campo minato
Di ombre
Fantasmi meteoropatici
Semiotica frase
Di trigonometrie aritmetiche
amalgama
Di un raggio
Pgrechiano
Un blu
Un giallo
Un verde
L’ultima tinta…
È
La pace!
Vi era in un paese, un artista che veniva preso in giro dagli abitanti del luogo, lui non voleva lavorare e la mamma era ormai anziana, il padre era scomparso facendolo dannare per questo figlio, che si sentiva diverso dagli altri ragazzi della sua età. Ormai era trentenne, e un giorno prese la sua bisaccia con colori e quaderni e penne e andò via da quel paese a lui estraneo. Incontrò la fame e la sete, beveva dalle fontane di ogni paese, e dopo quattro giorni di cammino sentiva i morsi della fame e si mise a dipingere presso la piazza di un paese a lui sconosciuto. Gli abitanti del luogo si avvicinarono a questo uomo che dipingeva e lo presero a ben volere. Una signora il giorno dopo gli comprò il quadro che aveva fatto il giorno prima. ormai era cinque giorni che non mangiava e non si lavava. Con la somma ragguardevole della signora benevola riprese a vivere dignitosamente, e per un po' rimase in quel luogo che ormai gli era diventato familiare. Una signora si fece fare dal pittore un ritratto e lo ritirò il giorno dopo e intanto l'artista guadagnava. Dopo una decina di giorni raggranellò un bel gruzzoletto, che lo portò in un altro paese. In quel luogo vide una pittrice che stava pitturando, ed era del luogo, non sposata né fidanzata, si presentò e subito nacque una bella simpatia. Lo ospitò a casa sua e qui accadde l'inevitabile. Si sposarono e nacque una creatura al quale misero nome Leonardo. La pittrice ora doveva pensare al bambino e Franco l'artista, dipingeva e vendeva, e non vedeva l'ora di tornare dalla sua amata. Vissero felici in quel luogo circondato dalle montagne, e così si realizzò il sogno di Franco, sposarsi e vivere lontano dai genitori che, tante volte, non lasciano libero di crescere la propria vita, perché magari non si fidano delle capacità di autonomia dei propri figli, e cercano magari, anche involontariamente, di far loto mettere le ali fuori del nido, per volare dove vuole la natura, in un crescendo arcano verso le vette della libertà, al di fuori e al di sopra di ogni uso e costume e legge che vieti la vita artistica. E se l'uomo si sente portato verse queste attitudini, mai nessuno potrà violare l'alleanza che si crea fra arte e natura, artista e arte, che sono in simbiosi per una categoria dove tante volte l'artista è, o è stato considerato non appieno in una società che ci vede tutti omologati.
L’indomani Marco in albergo non poté fare a meno di pensare ad Antonella, mai avrebbe potuto immaginare di far colpo su di una ragazza tanto giovane e bella. Pensò addirittura di non andare all’appuntamento per non infierire su di una ragazza tanto semplice come Antonella. Marco per pranzo prese due panini ad un Alimentari e dell’acqua. Nel paese c’era un piccolo parco e mangiò lì. Antonella raccontò, semplice com’era, di aver incontrato un uomo della foresta, e che doveva rientrare nella foresta a settembre. E così mise in apprensione i genitori, specialmente il padre, un imprenditore del luogo, che non voleva certo che un avventuriero le portasse via la figlia. Intanto l’Anziano, incurante dei pasticci in cui si era messo Marco, continuava la sua vita pacifica nella foresta. Antonella e Marco si rividero così alla gelateria alle ventuno e trenta come da copione. Subito la ragazza disse, i miei ti vogliono conoscere a pranzo domani. Cosa? Disse incredulo Marco, gli hai parlato di me! Perché non dovevo? Disse Antonella, poi prendendogli la mano, proferì, io mi sono innamorata di te, delle tue avventure, insomma di te. In banca, oggi, non ho fatto altro che pensare a te. Marco disse ugualmente la stessa cosa, e continuò dicendo, il cielo mi vuole proprio bene. E si baciarono, Marco non aveva avuto molte esperienze con ragazze, ma questa volta, toccò il cielo con un dito. L’indomani Marco aspettò che Antonella uscisse per la pausa pranzo dalla banca, e andarono insieme alla casa paterna. Si presentarono e subito il genitore disse, che intenzioni ha con nostra figlia? Sposarla, Signore. E con quali soldi la manterrà, quelli della foresta? Lavorando Signore. E quando questo? Vede, prima ho un problema, devo sistemare l’Anziano che era con me nella foresta in qualche residenza per Anziani, e poi troverò lavoro. Non ho paura di lavorare, perché Antonella merita tutte le attenzioni di questo mondo, ed io l’amo, non abbiate timore riguardo a questo, il cielo ha voluto che io conoscessi la ragazza più bella e semplice di questo mondo. Il genitore continuò, quando pensa di sistemare l’Anziano? A settembre, disse Marco. E fino ad allora dove risiederà, continuò il genitore? Al Tritone, rispose Marco. Ma è una stamberga, neanche passa la colazione, disse il genitore. Ma ho scelto un albergo ad una stella, perché non ho molti soldi da spendere. Glieli possiamo prestare noi, disse la madre di Antonella. No, preferirei di no, per mangiare mi arrangio a panini, e vado avanti così, sappiate, disse Marco ai genitori, io non potrò che volere bene a vostra figlia, perché l’amo con tutto me stesso. Beh, ora andate, o Antonella farà tardi in banca. Marco salutò i genitori, e nel salutarli disse che il pranzo era squisito.
Si sveglia Gea dal lungo letargo,
si sveglia e scuote i lunghi capelli;
si liberano chè erano confusi e ribelli,
imbrigliati da estraneo importuno sgarbo.
E trema quel corpo oppresso e svilito,
al cielo chiede aiuto e vendetta,
che l'acqua lo lavi e allenti la stretta
sì povero amante a lungo tradito.
E gira la Terra, e gira gira gira,
inizia a cadere nel vuoto la spira,
S'accosta pian piano nel ciel la cometa,
riluce l'Ofiuco, s'accostan due zeta
di bracci di fiamma appare una croce
e l'alfa rientra di nuovo alla foce.
La vita boschiva andava avanti e l’Anziano passava più tempo seduto a fumare una rudimentale pipa con del tabacco che riuscì a salvare da quell’antico incendio della fattoria, ancora presente nei suoi ricordi più vivi. Marco andava a caccia, e riuscì ad uccidere anche un fagiano che l’Anziano cucinò ad oc. Ne diedero un pezzo anche a volpe, il cane, invecchiato anche lui. Un giorno l’Anziano chiamò in disparte Marco e gli disse, ormai sono vecchio abbastanza, mentre tu se rigoglioso, te la senti di restare ancora qui o vuoi andare via dalla foresta, ed incontrare così una tua compagna per la vita? Intanto i due lavoratori avevano tirato su un altro rudere, e Marco vi si ritirò per pensare alla proposta allettante. Ora siamo a giugno, io ritornerò a settembre, ma ce la farete ad andare avanti lei e il cane per un po’ di tempo? L’Anziano rispose, io sarò vecchio, ma non rammollito. Ma promettimi che ritornerai a settembre! E intanto gli diede duecentomila lire di più di vent’anni fa. Tu sai che avranno cambiato corso, vai in una banca e li cambi. Arrivederci volpe e Anziano. Arrivederci Marco. Dopo aver camminato un giorno nella foresta, il giovane, ripulito a nuovo con gli stessi panni di diversi mesi fa, entrò in un piccolo paese del Trentino, e subito andò in banca. Lo accolse una bella ragazza, che subito disse, ma questi soldi sono di almeno venti e più anni fa! Sono qui appunto per cambiarli. Subito la ragazza fece accomodare il giovane dal direttore che sentì la storia dell’Anziano, e tutto si risolse, e la ragazza di prima diede i soldi nuovi al giovane, che domandò, lei è fidanzata o sposata? Perché me lo chiede? Le piacerebbe passare la serata con me offrendole un gelato? Va bene! Alle ventuno e trenta qui davanti, il giovane disse, guai se mi dà buca! La ragazza sorrise. A dopo. Intanto il giovane trovò un albergo a basso costo per un po’ di notti. Arrivò la sera e la ragazza fu puntuale, ed ora andiamo nella migliore gelateria che offro io, disse Marco! La ragazza si fece raccontare tutta la storia della foresta, e lei si interessò a questa vicenda. Ma quale foresta è? E’ a un giorno di cammino da qui tutta latifoglie. E lei ha vissuto per più di un anno lì dentro, ma non è una noia mortale. No, rispose Marco, ho preso un cinghiale vivo con una trappola, ho ucciso un fagiano con l’arco. Ah avventuroso! L’anziano mi aspetta a settembre, per far ritorno. E se non tornasse! Disse la ragazza, mai lo lascerei da solo, lo tradirei. E se glielo chiedesse una ragazza? Ma ci siamo conosciuti oggi, lei non sa niente di me. Lei è giovane, bella, con un avvenire davanti! Mi sono affezionata a lei. Io mi chiamo Antonella, io Marco. La ragazza gli disse, ti va di ritrovarci qui alla solita ora domani? Va bene, disse Marco e si lasciarono con un bacio sulle guance. A domani, fece la ragazza tutta entusiasta!
Levatomi all’albore
tra muraglie di pietra ed ombre
mi appare il borgo in tenebra incarcerato,
licheni e ruggine che cenni ancheggiano
di lanterne sbilenche ed indolenti.
Sibila dalle viscere dei sogni
sbiadito uno sbadiglio che dirada
scheletri dalle vigne
e inargenta gli ulivi con un vento
che li affanna di polvere e scirocco.
Calo da questo colle
sino allo scalpellare del meriggio
dove si infiammano lingue di sete,
occhi attingono al cielo un brusio lieve,
una alito,un battito della pelle.
Tu implori il nostro tempo provvisorio,
ma ecco subito l’ora che ci imporpora,
la prodiga la delirante luce
si acquieta in voli e corone al crepuscolo
e un cielo mite ci conduce via.
Avevo una patria un tempo
adesso è solo polvere di contese
Avevo un letto e del pane azzimo
ora ingurgito lacrime amare
Avevo un libro di preghiere
adesso ho perso anche il mio Dio
Avevo un nome
l’ho reciso per vergogna
Non troppo tempo fa avevo un volto
adesso ho solo un marchio indelebile:
figlio della guerra!
Vi è sempre tempo? Ci sarà tempo per ricordare le stagioni al mare quando ero deriso nella piscina di Porto Sant’Elpidio? Mia madre direbbe, perché tu glielo hai permesso. C’è una forza di carattere e se ti vedono molliccio se ne approfittano. Come quando stavo in ufficio e correvo e tre presero una ingiunzione perché io correvo. E mi dissero tu farai una brutta fine, perché ci fai passare per nullafacenti. Occorre criterio nelle cose, ordine interno, non disordine, altrimenti prendi la strada sbagliata e prima o poi cadi, e sono caduto. Ma in quella grande stanza per tre giorni ho toccato il cielo con il dito, ero avvinto da quella magia di quell’oratore che faceva vedere Cristo presente in quella stanza. Io credevo veramente di potermi spezzare come Cristo s’è spezzato nell’ultima cena. Ha dato il suo corpo affinché l’intera umanità ne potesse avere dono, di quel pane spezzato e che era il suo corpo e poi il suo sangue. Cristo ha fatto il servo, Lui che poteva essere il padrone, ha spazzato per terra, ha lavato i panni, ha lavato i piedi ai suoi apostoli, anche a quello che poi lo avrebbe tradito, ma Lui in silenzio, Lui era Dio ma vero uomo, aveva paura umanamente paura che lo prendessero e lo crocifiggessero e Lui nell’orto degli ulivi pregava Padre se puoi allontana da me questo calice amaro, ma se lo devo fare per Amore tuo lo farò. A un giorno esatto dalla sua fine umana dice questo, ma quando si vede crocifiggere come un grande peccatore, Lui innocente, arriva a dire Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? Il servo obbediente che Isaia aveva profetato si è rivelato a Betlemme, in una capanna, lontano dalla città, dove nessuno accolse Maria l’Immacolata Concezione, colei che è stata esentata dal peccato originale, schiacciando il serpente che aveva detto ad Eva mangia di quell’albero il frutto della conoscenza, diventerai come Dio. Lui non vuole che mangi del frutto di quell’albero, perché diventerai più potente di Lui. Occorreva una riconciliazione fra Dio e l’uomo, Dio aveva tentato più volte la riconciliazione, ma mandò se stesso in forma umana, affinché l’uomo comprendesse fino in fondo il significato di un tale gesto. Dio ha tanto amato il mondo da mandare sulla terra suo figlio in forma umana sebbene di natura divina, fu crocifisso pur non avendo commesso colpe e il terzo giorno fu resuscitato affinché si adempisse la rivelazione della forza della salvezza divina sul peccato umano.
Cara mamma, mi dici di perdonare, perché soltanto attraverso il perdono si è perdonati, io ne ho combinate tante di marachelle, gravi o meno gravi, mi sono costate anche sofferenze atroci, tu mi hai dato un titolo di studio, un lavoro, e su certe cose sono sempre stato restio a perdonarti, però ora tu mi dici che anch’io non sarò perdonato. Oh mamma, tu hai tanto sofferto, e ti chiedo perdono, anche se a parole verso di te nei tuoi confronti ho fatto tante mancanze, anche gravi che ti ho procurato. Io tante volte credo di stare nel giusto, ma è proprio vero che sono nel giusto? Io non ho mai accettato la mia malattia psicotica, gli psicofarmaci che prendo, cercano di alleviarla, ma prendo caffè e non sono ordinato con la mia vita. Il cielo mi ha dato una moglie stupenda. Mamma, ti chiedo perdono dal profondo del cuore, tu sei molto sensibile e fin da piccola hai sempre lottato e lotti ancora, nonostante la tua età. Vorresti vedermi felice, soddisfatto, contento, ringraziare Dio del dono della vita e, nonostante il mio disagio psichico che mi ha reso invalido all’ottanta per cento, non me la passo male, per quanto mi lamenti, c’è chi sta peggio di me, su di una carrozzella, o ha un cancro, una leucemia. Oh mamma, vorrei alleviarti tante sofferenze e invece te le procuro agendo istintivamente, impulsivamente, magari non considerando il valore del denaro nella giusta maniera. I soldi non si trovano per terra. Adesso dobbiamo andare in montagna, a me la montagna fa bene, stampo libri e me se ne vanno un sacco di soldi. Tu sei accorsa sempre in mio aiuto, mai ti sei tirata indietro, come quella volta a Villa Silvia dove in una libreria spesi cinquecentomila lire per quattro libri preziosi. Pagai con il bancomat e tu restasti in silenzio nonostante l’evidente follia. Avrei bisogno di un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle idee, sulla gente. Avrei bisogno di volermi bene, per accettarmi per quello che sono veramente, di stimarmi. Ma credo sempre di non avere le carte in regola, il mio diploma, il mio lavoro. Spesso ripenso al passato e non al presente. Mi giudico male, un perdente, parto con il piede sbagliato. Insomma come ha detto qualcuno sono un autodistruttivo. Cara mamma diventerò un barbone? I suoceri non mi vogliono bene e non vedono l’ora di sbarazzarsi di me che sono un loro ostacolo. Penso alla frase che mi hai detto pochi giorni fa perdona se vuoi essere perdonato.
Sommersi tra una risata a bocca larga
ed una smorfia con lacrime dipinte,
vagano incessanti le mie inquietudini
d’umano rintanato in un pagliaccio.
Con il cuore attraversato da paure
e da illusioni che filtrano i miei occhi,
porto nell’arena colma d’altre pene
quell’allegria che non so dedicarmi.
Lascio alla gente che attende gioia
due piroette e uno sberleffo malizioso,
tenendo a freno la voglia di mostrare
agli spettatori tutto il mio soffrire.
Finito il pasto di stupida marionetta,
torno ai miei panni d’uomo straziato
da un voler divino che mi ha reso muto
mentre alla bocca vorrei donar parole.
C'era una volta, in cima ad una montagna un castello, abitato dal principe solitario. Ogni anno lui dava una festa per decidere quale dovesse essere sua moglie, ma finora, dopo quindici anni, non scelse nessuna principessa, perché a tutte mancava quel non so che, per cui fosse la prescelta donna che lo accompagnasse per tutta la sua vita rimanente. Il principe aveva ormai quaranta anni e questa volta doveva per forza decidersi, perché entro mezzanotte del quindici agosto 2009, scadeva una importante clausola del suo principato. Il pranzo era alle ventuno precise e la danza iniziava alle ventidue. Cominciarono a venire alle venti e trenta le più belle donne del vicinato, accompagnate dagli accompagnatori. Il principe per indovinare la donna giusta aveva un sesto senso, in quanto sensibilissimo. Era una persona alquanto colta e raffinata nei gusti. il suo conversari era amabilissimo ed era una affascinante preda per tutte le donne, essendo, cosa non trascurabile, alquanto ricco e possedeva quasi tutto il circondario della valle su cui ergeva alto il castello. Si era iniziata la cena, ma nessuna donna lo attraeva, quando verso le ventitre apparve un viso stupendo in un vestito sciatto, tanto sciatto che si fermarono le danze. Il principe, suscitando non comune scalpore, andò verso quella donna, e ordinò di ricominciare le danze. Cosa cercate? disse il principe, la donna, consapevole di aver suscitato scalpore per il suo abbigliamento, era alquanto emozionata e confusa. Scusate sono una giornalista, abita qui il principe Andrea Biscegli? Sì abita qui. Ah ci ho azzeccato, sa mi si è forata una gomma e ho fatto tardi, devo intervistarlo per la rivista alla quale lavoro, scusi ma perché sto dicendo tutte queste cose a lei che non so chi sia, devo intervistarlo entro stanotte, perché pare che oggi debba trovare la sua prescelta, ed io devo sapere il suo nome prima di ogni altra giornalista. Il conte Andrea le disse, lei è sposata o fidanzata? Non ho mai tempo, fra mia madre che sta male, io che devo correre da un posto all'altro, sempre di corsa, ma fra poco ci sarà la prescelta e lei mi fa perdere tempo, la prego mi dica dov'è il Principe Andrea, è importante e per me vitale, perderò il posto e dopo mia madre come la mantengo? Scriva che è lei la prescelta e la baciò.
Bisogna sempre accontentarsi, è questo il suo motto, no! Eh già, c’è sempre chi sta peggio di noi! Ma dica la verità, qual è la sua più grande aspirazione? Lasciare questo rudere al mio erede, e questo potresti essere tu. Io? Non scappi forse da te stesso? Qui ritroveresti la forza per andare avanti, per continuare a lottare. Ma contro chi? Contro te stesso! La più grande lotta è con se stessi, non lo sai forse, tu che sei un artista? Tutto ad un tratto l’artista comprese con chi aveva a che fare, con un grande uomo, e si arrese a lui divenendo il suo discepolo. D’altronde uno che era riuscito a restare solo per vent’anni, contro la forza della natura, non poteva essere che un grande uomo. Marco disse all’anziano, mi crede capace di essere alla sua altezza? Sì, per Diana la cacciatrice degli dèi, tutti gli artisti, se sono veri artisti sono capaci di grandi prodezze. Marco invidiava la forza e la fermezza di carattere dell’anziano, Marco che era sempre stato vacillante nella vita di tutti i giorni, improvvisamente comprese le parole dette dall’anziano. D’altronde la vita che cos’è se non manifestare qualcosa prima a se stessi, poi agli altri, prima devi essere te stesso il lottatore verso te medesimo. In una laurea devi manifestare prima a te stesso il tuo valore, poi in secondo luogo alla società, che è rappresentato dal professore che ti esamina, che ne rappresenta l’intera collettività. Se tu prima lotti con te stesso e ne comprendi il valore della lotta che stai conducendo con te medesimo, arrivi a conoscere te stesso e non puoi fuggire più da te stesso, perché ormai ti conosci. Questo pensiero formulato mentre Marco si lavava lo riferì a Pietro, l’anziano, e questi approvò in pieno tutto quanto. Pietro disse a Marco, sei un vero artista, e non ti mancherà modo di applicare queste considerazioni da te formulate. Marco disse, ma ho più di cinquanta anni! Non si finisce mai di crescere, rispose Pietro, qui, nella foresta ho imparato cose che nessuno mi aveva mai insegnato, eppure eccomi qua, ottantenne con il mio discepolo accanto. Piuttosto bisogna pensare al desinare che qui fa notte presto, saranno le sei del pomeriggio. Cenarono con delle uova e al cane diedero un pezzo di cinghiale cacciato da Pietro. Da quell’incendio maledetto riuscì a portare un coltello e del nylon con il quale riuscì a fare un rudimentale arco che serviva per la cacciagione al forno a legna. Nei giorni seguenti Marco aiutò Pietro nella costruzione di altri archi, sempre migliori e più affidabili. La selvaggina non mancava nella foresta. Passarono due anni, Pietro si fece più invecchiato e gli anni passavano, Marco diveniva sempre più in gamba e un giorno con una trappola riuscì persino a prendere un cinghiale vivo e il recinto divenne più folto di animali, naturalmente il cinghiale restò da solo.
Voltati
inarca la schiena,
concedi il tuo corpo
alla mia volontà.
Voltati
e aspetta che torni a
sfiorare le tue pelle
in un atto d'amore,
di sudore e passione
che farà piegare
le tue gambe
dinnanzi
a me
La leggenda diceva che c'era un uomo terribile su di un castello, si diceva che fosse tanto cattivo da sbranare qualunque persona si fosse avvicinata al suo territorio. Viveva con la sua governante e un custode, la quale l'una, gli preparava da mangiare e pensava a tutte le faccende domestiche, mentre l'altro, lo portava con il calesse per la sua proprietà, dove aveva operai. Tutti del circondario si domandavano del perché non avesse sbranato anche loro. Non si sa bene da quale fonte proveniva questa leggenda, comunque a guardia del castello c'era un cagnaccio legato alla sua cuccia che avvisava il padrone di qualche avvisaglia di minaccia. Accadde un giorno, che un bambino di dieci anni si fosse sperduto, non si sa bene per quale motivo, nei pressi del castello, e questi, del tutto ignaro di tale leggenda, vi si avvicinò. Era notte fonda e il cane abbaiò. Il conte Astolfo corse subito ad aprire la porta e vide che era un bambino, lo fece entrare e chiamò la governante affinché si occupasse ben bene del bambino riguardo il mangiare e il riposo. A quell'ora della notte era inutile fare domande. Il conte si svegliò presto in attesa del risveglio di Andrea, che si svegliò alle undici del mattino. Il conte lo fece accomodare nel salotto, e gli domandò da dove provenisse e dove abitasse, e chi erano i suoi genitori. Il bambino gli raccontò che era figlio di una famiglia povera, e che i suoi genitori l'avevano mandato in cerca di aiuto monetario. Il conte non esitò un attimo, chiamò il custode e si fece indicare dal bambino la sua dimora, e fece salire con lui anche la famiglia, affinché lui provvedesse al loro sostentamento, in cambio della prestazione lavorativa. Appena si seppe in giro tale storia tutti videro di buon occhio quel signore dall'aria un po' scorbutica, ma dall'animo gentile, e loro cambiarono atteggiamento nei confronti di quell'uomo che si era dimostrato nobile d'animo. Tante volte si dà fiato alla bocca senza nulla sapere di cosa ci sia di profondo in ognuno di noi. Molto spesso l'apparenza inganna, specialmente in questo mondo storico, dove conta più l'apparire che l'essere. Ma si sa la gente mormora sempre, e ha sempre da dire su tutto, se fa caldo, perché fa caldo, se piove, perché piove e se c'è il sole tutti stanno bene, ma non ci può essere sempre il sole, e non sempre piove.