Il mondo è attirato dal bello, che è, che diviene verità. Il mondo vuole la verità, e la trova non nelle chiacchiere, nelle ciarle dei bar il sabato sera, il mondo ha bisogno di credere veramente che un uomo, seppure di natura divina, si è presentato al mondo in forma umana, è vissuto sulla terra nutrendosi come noi, ma senza mai peccare, così dice San Paolo, perché aveva una missione da compiere, dire, fare, la verità, perché soltanto attraverso di essa, si raggiunge il Padre. Gesù dice: io sono la via la verità la vita, chi crede in me avrà vita eterna. Queste non sono chiacchiere, tutto è stato testimoniato da migliaia di carte, pur avendo scritto Gesù Cristo soltanto sulla sabbia. Il bello è il cielo terso, e noi ne siamo attratti. Il bello è una gita in campagna, il bello è la montagna d’estate e vedere da lassù un panorama stupendo. Perciò la cosa bella attrae e la riporta ad una dimensione spirituale. La bellezza è anche sofferenza, perché l’amore verso una donna porta l’uomo anche a soffrire. L’amore verso gli altri porta necessariamente ad una crocefissione, ma soltanto un Amore totale, univoco e autentico. E cosa c’è di più autentico nel dono della propria vita all’altro? E l’amore verso una donna, se autentico porta necessariamente alla sofferenza, quando se ne sente la mancanza. L’amore vero è dono di sé verso la donna amata fino alla morte, come nel caso di Gorz, dove nel libro lettera a D. l’autore pur di non vedere soffrire così tanto la donna amata escogita un duplice suicidio, che è un puro atto d’amore in versione romantica, ma dove il romanticismo non è melenso e svenevole, ma un puro atto di forza nel dare all’amore il grido di vittoria sulla morte, avvenuta subito dopo questo grido forte e passionale di vero amore. Infatti prima di morire l’autore fa la storia del proprio amore, di complicità che si fortificava di giorno in giorno in una continua avventura che era il loro amore, che doveva per forza restare puro, senza atroci sofferenze della moglie, a cui lui le annienta, causandole la morte, perché la stessa morte non abbia il predominio sul ricordo che doveva restare tale, puro, autentico. Il suicidio, condannato ante litteram dalla chiesa, mi trova concorde nel vero contenuto dell’atto di levar la mano su di sé: è un puro ultimo atto di vita. La chiesa condanna tutto, è la vera civiltà della scelta tra la vita e la morte, quella non condannabile da nessuno, in quanto scelta, non è da condannare. Levar la mano su di sé è un vero atto ultimo di civiltà che nessuna fede professata può tentare di rendere persecutoria. Il dono della vita? dice il poeta, è funesto il dì natale. Come possiamo noi condannare chi si suicida? Soltanto suicidandosi noi stessi. Il progresso della tecnologia porta la tecnica allo stato puro, e perciò alla solitudine, che è premonizione al suicidio di massa. Questo mondo così come sta andando ha polverizzato l’autenticità della vita, rendendola solitaria, e perciò soggetta al suicidio. Il bello ora è artefatto dalle manipolazioni digitali, la vera bellezza in quanto elevazione dello spirito è crollata.
Vado spesso, al tramontar del sole
a raccogliere i lamponi del giardino
e curiosamente c’è sempre una procellaria
accanto ad una lumaca dal guscio pigmentato
al centro, tra la fontanella e il vaso dell’ortensia.
Passo sempre da crocifisso
al bivio della collina
dove una suora a volte depone fiori
e dice una preghiera.
Non ho mai capito le suore
e nemmeno i professori di matematica
però mi piacciono le crostate di lamponi
è questo può forse farmi perdonare.
Sarà quel succo così dolce
sarà che quel frutto sembra
un cappuccio di uno gnomo
sarà tante di queste cose
ma è lì che scrivo le mie favole
mentre assaggio i miei lamponi.
A volte passano ragazzini
e ne spiluccano frutti
stando bel attenti a non sporcarsi la camicia
come fece Pulitino
l’orso di pezza delle mie favole.
Così, io ritrovo compagnia
con quella procellaria
e quella lumaca dal guscio pigmentato
io con loro gusto la vita
e capisco il senso di tante cose
tutte le cose eccetto
eccetto i professori di matematica
e le suore
già colpa di questo sapore dolce
forse
come il bacio di una donna
al tramonto
con il vento e l’erba che suona
sotto l’ampia gonna dipinta
Sei vergine vestita di bianco,
che bacia con passione
e guarda con amore.
Sei sensuale, umile e devota,
sei la schiava ubbidiente e sottomessa.
Sei regina capricciosa e viziata,
altezzosa e prepotente.
Sei solo tu
che mi doni le chiavi
del tuo regno profondo.
La vita non è una passeggiata, è una scommessa con se stessi sul dover perdere sempre qualcosa,è come se avessi mezzo quintale di farina sulle spalle, e mi servirebbero intatti quei 50 chili, ma per strada li perdo, vedo una scia dietro di me di una perdita continua di farina, e per arrivare alla cima ce n’è di strada da fare, anzi quando mi fermo per sostare, per stare tranquillo, ne perdo ancora di più. E’ una grande fatica con sulle spalle almeno quaranta chili di farina, eppure è preziosa la farina, non si raccoglie mica per strada. 50 chili erano una bella cifra, e adesso che ho perso dieci chili mi mordo le mani d’averle perse. Io adesso troverò qualcosa su come occupare il tempo, pensare a quei dieci chili che ho perso, senza contare che ne sto perdendo ancora, e la strada è lunga ed è sempre di più in salita. La farina mi serve per fare le focacce d’inverno, ora che siamo a settembre sto portandola al mio rifugio dove passerò l’invernata. Va bene che ho portato già tanta roba con la macchina, ma la benzina l’ho terminata, e quindi starò a secco sia di farina, sia di benzina. Però che stupido sono stato potevo andare a folle in discesa con la macchina, oppure sono tanto folle dal non averci pensato? Propendo per la seconda soluzione!
Ho conservato per te lunghi sospiri,
lunghe notti senza dormire.
Ho conservato per te giorni ricchi di tristezza,
lunghe passeggiate senza arrivo,
sguardi senza orizzonti.
Ho conservato per te i prati più verdi,
le stelle più luminose,
i raggi del sole più caldi.
Ho conservato per te
quelle onde del mare che non tornano più,
i fiori più profumati,
i cieli più sereni.
Ho conservato per te i suoni più dolci,
i rumori meno rumorosi,
le finestre sempre aperte.
Ho conservato per te una goccia di pioggia,
un poco di vento e la tempeste.
Ho conservato per te le ore più belle,
i sorrisi e tanta malinconia.
Ho conservato per te i colori più ricchi,
gli abbracci più caldi, le luci più accese.
Ho conservato per te le parole più lunghe,
le sensazioni più belle,
le cose più preziose.
Ho conservato per te i cuscini più soffici,
le coperte più calde e tante carezze.
Ho conservato per te le notti più accese,
i tramonti più lontani,
le cose più costose.
Ho conservato per te i manifesti più guardati,
i disegni più colorati, i pennelli meno usati.
Ho conservato per te
lunghe pareti da colorare insieme,
lunghe strade da attraversare,
lunghe catene da sciogliere.
Ho conservato per te molto spazio da riempire,
molte montagne da spianare,
molte voci da sentire.
Ho conservato per te
moltissime parole che non ti saprei dire,
forse ho paura,
forse mi fai paura
Vorrei tanto approdare al porto più vicino, perché navigare in alto mare con una barca a vela lunga quindici metri, si rischia di venire ripiombati a picco da cavalloni alti come palazzi di quindici metri, senza contare lo sforzo di stare irti sulla vela con tutto il proprio corpo. E’ un’impresa che logora i nervi e la psiche. Vorrei tanto guardare da lontano il mare senza esserne inghiottiti, anche se lì senti l’adrenalina solcare tutto il tuo corpo, e rischi di sentirti invincibile, ma basterebbe un piccolo errore, una distrazione per fiondarti sotto il livello del mare, barca e navigatore solitario. Eppure c’è qualcosa di magico nel periglio che ti avvince anima e corpo. Sono le tenebrose scaglie di dolore da cui vorresti sfuggire, ma sfuggire non puoi, perché rappresenti una infinitesimale parte del tutto. E’ la catena umana che ci avvinghia l’un con l’altro in un’estasi d’amore e di pace di cui non potremmo fare a meno, perché siamo umani, perciò deboli in una etnia che via via sta scomparendo, mi riferisco a chi la seconda guerra mondiale l’ha subita in modo vertiginoso e quindi da far scontare anche ai figli, finché esiste questo motto, le colpe dei padri ricadono sui figli. Guai a voi ventri che avete avuto in grembo i figli nati dopo la guerra, dove non c’era niente per sfamarli e ora voi dite, è accaduto, non possiamo farci niente. Ma come! Voi avete concepito figli subito dopo la guerra? Quando c’era la carestia? Sulla Bibbia sta scritto, Crescete e moltiplicativi!
Oro
d’un campo coltivato a grano
senza vento a muovere le spighe
Perla
dell’ azzurrata vastità del mare
se l’onda è ferma e il sole l’accarezza
Fuoco
Dell’infiammata ultima difesa
dell’orizzonte che cede alla notte
E poi il chiarore dolce
del notturno astro
in un momento di simbiosi antica
quando lo cerco
per lenir l’angoscia
E la speranza che m’attraversa il cuore
nell’incanto del pensiero di te
stretto in un infinito respiro interiore
fuori dal tempo
che non ti lascia andare.
C’era una volta uno scrittore che non riusciva più a scrivere una sola riga di un foglio bianco, ne era ossessionato, l’editore avrebbe offerto ben ventimila sterline, che, a quel tempo, erano una grossa somma di denaro. Lo scrittore era ben agiato, andò a fare un giro per il resto d’Europa, lontano dalla sua villa nei pressi di Londra. Andò nei salotti letterari di Parigi dove era ben conosciuto. Poi andò in Germania, manon trovo nessuno spunto, arrivato a Roma, al caffè Greco, notò una donna che gli ricordava qualcuno, e infine azzardò l’impresa:
-lei è la contessa De Vigny?
-eppure le somiglia a tal punto che sfido chiunque a notare la differenza.
-non accetto al mio tavolo sconosciuti.
-scusi mi presento, sono lo scrittore Bartoldi, di lontane origini italiane, ma come può vedere vivo a Londra, intanto le aveva offerto le sue credenziali.
-sta cercando al caffè Greco nuove idee per il suo nuovo romanzo?
-lei non comprende, con la contessa De Vigny ho avuto una relazione e voi le somigliate come due gocce d’acqua, guardate la sua foto.
- ma quella sono io, no ma non ho mai indossato tali abiti, mi scusi mi è venuto un gran mal di testa, usciamo fuori dal locale. Deve sapere che io ho una sorella gemella in Gran Bretagna, e non la vedo da moltissimi anni.
-sapete chi mi può aiutare?
-mia madre, la baronessa De Rochelle.
-dove abita?
-dietro di lei, al 46 di Via dei Condotti.
-Bernadette mi fece strada e alle 18.00 rivedo la contessa DeVigny, ora De Rochelle.
-come hai fatto a trovarmi?
-allora Bernadette, è nostra figlia.
-il conte De Vigny scoprì la tresca fra noi due, e la creatura che portavo in grembo non poteva essere la sua, e così mi liquidò con un altro cognome e una casa al centro di Roma, così che non si poteva dire che lui non fosse stato generoso nei miei confronti, e soltanto io ero la causa della nostra separazione. Allora intervenne Bernadette:
-ma tu mi avevi detto che avevo una sorella gemella chissà dove e mi ritrovo un padre.
Alla fine si abbracciarono tutti quanti in un abbraccio che conteneva speranza nell’avvenire di una famiglia riunita dopo tanto dolore.
Se mi risvegliassi in Dio
a cavallo d’un soffio di vento
sorvolerei la terra confuso tra le nuvole
per annusare il sapore dell’acqua che volge a pioggia.
Con un colpo da trasformista
sarei nella caverna dove piange il tempo
per dipingere murales alle pareti che non hanno luce.
Mi nasconderei fuoco nel fuoco
per costruire un crogiolo senza sponde
dove sciogliere tutto l’acciaio che dispensa il terrore.
Se mi risvegliassi in Dio
scoprirei di non essere umano
ma un etereo corpo denudato e trafitto
sparso nel vento da voci che cantilenano ogni bugia.
Troverei il resto del mio verbo
sparpagliato in campi sotterrati a sangue
e in folate d’urla ad arricciare l’onda dei malvagi.
Mi incontrerei con la mia fede
portata in braccio da facce senza scopo
piene di finte certezze dove conservar l’inganno.
Se mi risvegliassi in Dio
a cavallo di un soffio di vento
sorvolerei la terra confuso tra le nuvole
per fare del mio pianto pioggia di rinnovato amore.
Ritorno per scoprire
cio' che il fato infame
m'avrebbe scagliato contro
se fossi rimasta.
Ho fallito nel timore d' apprendere.
Non e' mai troppo tardi.
Basta credere.
Posso invertire l'analfabetismo.
E vedo nascere il sole
in tal modo cresci dentro me
simile a un mare che trabocca
verso il cielo in una abbraccio d'oro
Cosi ti contemplo
nel riverbero tenero
della prima luce
E tutta la letizia del mondo
sta racchiusa
in quel tremulo biondeggiare
dove si affaccia il tuo viso
sfumato dalla schiuma
Vedi le mie mani?
Non stringono più
petali di dolore
Nè fumo di ore
vanamente consumate
dietro ai vetri aspettando
isole d'aurora sorgere
all'improvviso dai fiori dell'ombra
in giostre incessanti di colori fugaci
Il vento ti ha portato
come un onda verso me
per lagarmi al tuo intimore respiro
e vivere l'inizio del mio giorno
carico di ogni bellezza
in questa primavera del cuore
Ti guardo !
Mentre l'alba bussa
alla porta di quei sogni
lungamente accarezzati
e all'improvviso mi dimentico
del buio e del silenzio
immersa :
in questo spazio senza tempo
[solo mio e solo tuo]
Quando cancello
ricordi da ogni vita vissuta
fino ad adesso
C’era una volta una casa di campagna, il padrone si chiamava Antonio, la moglie Stella e le due figlie Luisa e Giada, la prima faceva la terza media e la seconda, la prima media al paese vicino. La mattina andavano con il pulmino e tornavano verso le tredici e quindici. Il capo mastro aveva un bel da fare tutto il giorno a seminare piantare e raccogliere ortaggi. Lavorava soltanto lui e la moglie faceva la sarta, ed era molto brava, avevano anche galline conigli e pecore per il formaggio, e a questo ci pensava la moglie. Ci si voleva bene. Finita la terza media Luisa frequentò le superiori ginnasiali e qui cominciarono i primi problemi. La ragazza venendo da una famiglia di contadini non era esperta come i ragazzi di cittadine dove c’erano discoteche e ritrovi a non finire e Luisa era la vittima predestinata di tali scherzi. Si rinchiudeva in bagno e piangeva fino a non poterne più, cioè fino a che Katia, la sua amica futura la difese dagli attacchi dei maschi. Luisa, difesa da Katia riprese la stima di se stessa e cominciò a studiare alla grande tanto da diplomarsi con il massimo dei voti. Per l’università Luisa scelse una città distante dalla sua casa, che, però non dimenticò mai. Si fece delle regole e studiò all’impazzata, laureandosi con il massimo dei voti. Dopo la laurea scelse di rimanere un po’ in città per non affaticarsi con il viaggio, e scelse una pizzeria come luogo di festeggiamento, ma ahimè quella sera era da sola a festeggiare un evento tanto importante. Si mise a sedere su di un tavolo e, strano a dirsi ci fu un ingresso dopo l’altro che il gestore dovette gettare la spugna e mandare i clienti fuori dal locale, ma un tipo strano lo mise a sedere proprio al tavolo 23 di Luisa. Questa per quanto era sconfortata di dividere il tavolo con uno sconosciuto quasi voleva andarsene via, quando lo stesso disse:
-senta per favore non mi faccia angosciare più di quanto non lo sia ora, se adesso se ne va mi getterà nello sconforto più totale, lei non sa chi sia io ed io mai vorrò sapere chi sia lei, ma la prego non mi lasci nell’oblio di me stesso.
-perché non posso abbandonare questo tavolo? Che diritto ha lei su di me?
-casomai io dovrei abbandonare il tavolo, perché lei c’era già su questo tavolo, ma il gestore ha voluto che io la incontrassi, io adesso dirò vado via? Se entro cinque secondi lei non dirà sì, vorrà dire che potrò restare.
-lei è furbo.
-furbo io? I poeti non sono mai furbi, prendono sempre grosse fregature.
-perciò lei è un poeta, mi dica com’è la vita da poeta?
-ho una pensione, vivo di quella, poi i libri che pubblico li pago io.
-ma come non ci sono gli editori che danno soldi?
-lei è la prima ragazza ingenua che incontro, si vede che lei è pura e piena di candore, il suo ragazzo è fortunato.
-non sono fidanzata.
-ah se avessi vent’anni di meno…
-che farebbe?
-le farei la corte, le canterei le serenate al chiaro di luna, lei assomiglia tanto alle ragazze di una volta, questo è il mio biglietto da visita, se tante volte, ma è meglio che me lo ridia indietro.
-no, lo voglio tenere, conoscerla per me è stato un piacere.
-ecco l’hotelSan Gallo, il Signore l’accompagni sempre, addio mia cara Luisa.
Vorrei leggere tra le righe dei tuoi capelli
per intender il vero o il falso nei tuoi pensieri
Troppe parole, troppi silenzi senza pudore
nelle notti pallide di mille paure vane
Accendi i tuoi occhi di cobalto
e bruci la mia volontà sopita
Mentre come pennelli le tue labbra
dipingono cuori sul mio viso
E le mani felici si perdono
Tra le pieghe del vestito
Non ti domando cosa provi
non importa, ora
In questo nido fatto alcova
sei la stella che mi rischiara
Cupa una nuvola ti sorvola
ma non importa, ora
La tua pelle mi veste come seta
mentre s'intrecciano suoni e mani
E la schiena strappa forte e piange
in un rovo di passioni amene
Il tempo è tempo lento d'illusione
moto ansioso di un vecchio turbamento
Firmamento di brividi ferini che m'avvolge
strisciando alle radici della coscienza
Non ti domando tu chi eri
non importa, ora
In questo nido fatto alcova
sei la luna che mi rischiara
Cupa una nuvola ti sorvola
ma non importa, ora
Sono assopito
tutto è rosa,
le case, gli alberi, la gente.
Volo oltre i meleti e le more
oltre la donna che non parla mai.
Sono in città,
gli elefanti rosa sono in cielo
ci sali
ti portano oltre
dove i sensi desiderano
e la fede si riaccende.
Mangio cioccolata tutto il giorno
caramelle, torte e torroni
non avverto la morte
vedo la vita,
osservo la gente
non c'è nulla di umano in loro,
troppo buoni,
felicità inumane negli occhi.
Salgo su un elefante volante,
apre le ali,
mi regala cioccolata
e una fata protettrice.
Mi ritrovo nel mio letto.
E' un nuovo giorno.
A domani
paese degli elefanti volanti.
Come un violento fiume di passioni
come il sole dopo la pioggia
più fresco dell`acqua alla fonte
più radioso della margherita in fiore
tu mi conduci in un mondo perfetto
che ora conosco e sento mio.
Ora sono pronta a vivere
con te al mio fianco o un passo innanzi
ma sempre visibile
perchè quello che ci unisce
non ha definizioni, spiegazioni o un perchè
però c'è.
Vorrei tanto resistere ed esistere per le intemperie della vita, quando andrò oltre le colonne d’Ercole e non sarò protetto da nessuno, se non da me stesso. Quanti marosi incontrerò, essi saranno alti dieci quindici metri ed io con la mia barca a vela resisterò? Resisterò ed esisterò per dare un bacio di buonanotte a quella compagna che mi ha scelto fra tanti e ha scelto me che sono il più disgraziato, destinato a soccombere, perché oltre le colonne d’Ercole non troverai nessuno ai campanelli di tanti palazzi come sono le onde. Oh Stella, in un mondo dove la cattiveria ti entra anche fra le scarpe, perché magari guardando il cielo terso incontri la cacca di un cane, il cui padrone ha sorvolato sugli escrementi del proprio cane, essendo lui più cane di chi porta al guinzaglio, resisteremo ed esisteremo? La vita è un dono prezioso e ti mette alla prova, ma io sono già provato dalle troppe ferite lanciatemi al mio cuore dolce e alla mia nuca fragile? Ma Stella, resisteremo ed esisteremo? Oh come vorrei tornare bambino! Avere tante coccole, ma fossero quelle che ci hanno rovinato l’esistenza? Quando avrò il pelo sullo stomaco e dire no! Non ti permetto di fare lo stronzo, perché te la faccio mangiare a colazione pranzo e cena la tua merda brutto stronzo. Quando mi farò rispettare e non abbasserò gli occhi di fronte a nessuno? Questo quando? Oh santi numi, bisogna forse morire per farsi rispettare da qualcuno? Quanti sorrisi di sufficienza ho ricevuto? Come per dire ho tentato. Solo a farsi male e a far male, perché nessuno è perfetto, ma le lacrime che piango sono le mie, gli altri ci sanno fare, loro si destreggiano bene in manovre di retromarcia. Tanto sono sempre io il perdigiorno, quello buttato o andato via da un ufficio dove tutti avrebbero messo tutte le firme per restarci. So soltanto che non sono adatto a vivere una vita normale, perché normale non sono, sono strano, straniero a questo mondo dove tutti hanno una collocazione ben definita, io sono di passaggio da tutto e da tutti. Sarò fatto male io, forse non dovevo nascere, forse non sono adatto a questo mondo di sfruttati e di sfruttatori, io ho il merito di non stare da nessuna delle due collocazioni e perciò devo dirmi fortunato. Vorrei essere gettato in una fossa comune, così non si possa ricordare di esserci stato in questo villaggio globale chiamato mondo che ingloba di tutto e di tutti. Fate quello che volete, ma non voglio essere avvisato di quello che fate, fatelo per conto vostro e se vi sono di peso, pazientate ancora un poco, che presto o tardi mi toglierò dalle scatole, perché non mi voglio bene e a chi non si vuole bene capita prima o poi qualcosa di sconveniente, eppure amo mia moglie, è la sola cosa al mondo a cui tengo di più e di cui non potrei fare a meno, perché con lei ho vissuto la mia esistenza più bella e significativa.
L’intelligenza priva di amore, ti rende perverso.
La giustizia senza amore, ti rende spietato.
La diplomazia senza amore, ti rende ipocrita.
Il successo senza amore, ti rende arrogante.
La richezza senza amore, ti rende avaro.
La docilità senza amore, ti rende sottomesso.
La povertà senza amore, ti rende orgoglioso.
La bellezza senza amore, ti rende ridicolo.
L’autorità senza amore, ti rende tiranno.
Il lavoro senza amore, ti rende schiavo.
La semplicità senza amore, ti toglie valore.
La preghiera senza amore, tei rende introverso.
La legge senza amore, ti schiavizza.
La politica senza amore, ti rende egoista.
La fede senza amore, ti rende fanatico.
La croce senza amore diventa tortura. La vita senza amore , non ha senso
Quando sarò parte della natura mi desterò all’aurora di ogni giorno e lo santificherò con il sudore della fronte, perché si adempi così il comandamento che ho trasgredito per parecchio tempo e coglierò i frutti dentro la mia cesta di dolore, e se sarò accolto entrerò a portarvi gioia, dove non sarò accolto non porterò gioia né dolore, perché finalmente sarò cresciuto dopo aver ricevuto tante di quelle bastonate da far morire un uomo ferito da tante frecce invisibili, quelle che fanno male e sono le parole gratuite di tutti i giorni, compresi i buongiorno e i buonasera detti controvoglia tanto per non essere scortesi dentro un ascensore, poi quando la stessa persona la incontri per strada finge di non vederti. E allora tutti nei condomini a far fracasso fra tanta gente allineata e coperta da un lenzuolo d’estate. Oh mamma com’è dura la vita dopo aver subito tante coccole da te che mi hanno reso fragile come un cristallo, e se un refolo di vento passasse io cadrei tra la raccolta differenziata come pacco fragile da tenere verso l’alto, ma quando sarò caduto ancora dopo tante volte e raccolti i pezzetti di vetro, e rimessi a nuovo dovrò stare in una campana di vetro, perché sul mercato i cocci rotti non hanno nessun valore, e nessuno avrà la pazienza di ricomporli uno ad uno, ci riuscirebbe soltanto mia moglie che mi adora nonostante il mio disagio psicologico, nonostante non faccia niente per migliorarmi, nonostante la mia fragilità. La neve assomiglia tanto al polistirolo e mi troverei bene a cadere, ma sono soltanto un numero fra i tanti, e i migliori sono venuti prima e vedono il panorama meglio di chi viene per ultimo. Chi non si alza è perché ha scritto tutta la notte barzellette che racconta al bar del sabato sera, quando non c’è il cantante e mentre lui va in ferie, l’altro interviene, ma non ride nessuno, perché le sue sono barzellette strane, piene di malinconia e quindi non trova lavoro, e va da un bar all’altro, però gli offrono sempre un brandy, e perciò chi racconta barzellette al sabato sera dopo aver girovagato tutta la notte e bevuto, si mette su di un ponte di una città a caso, e siccome c’è un piccolo fiume sotto, interviene una signorina che dice alle tre di notte allo sconosciuto, la prego non si butti di sotto e tanto più che lo vede barcollare, gli domanda dove abiti e lui per tutta risposta le dice, io sono un girovago d’estate, il sabato racconto barzellette a tutti i bar che incontro, ma non ride nessuno e mi cacciano, ma prima di farlo mi pagano con un brandy. Quindi lei è scontento della vita che conduce e si vuole suicidare? Non lo faccia la prego, venga a casa mia, io sono rimasta sola la posso custodire fino a domani. E domani l’altro io che farò? Lavorerà no? Sono in pensione io. E come mai ha poco più di cinquant’anni ed è già in pensione, le troverò un posto come magazziniere io. Cosa? Lavorare io? Non sopporterei ambienti di lavoro dove ci sono cattiveria e arrivismo, voglio tornare a quel ponte, almeno sentivo il torrente cantare lieto.