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04/08/2008





Il pianto dl cielo.



 

 

 

 

 

 

 

"Da sempre avevo avuto il trasporto per il Sacro, l'amore verso Dio,ma,come un segno nascosto, il mio cammino, la mia strada, erano tentate da qualcosa che m'incendiava il sangue, facendomi sudare freddo sotto la mia veste nera con ferocia incontrollabile e ribelle!"

 

Avevo cinque anni quando mia madre, quella santa donna premurosa e forte, mi portava tra le sue braccia alla Chiesa del "Santissimo Rosario."

Ricordo bene la mia gioia quando vedevo la luce dei ceri che ondeggiavano, a mo' di festa, dinnanzi al Sacrato; ed io, tra lo stupore della gente, mi inginocchiavo davanti alla Santissima Eucarestia pregando il Signore incessantemente.

C'era qualcosa di speciale in me, ma comunque ero un bambino come gli altri: frequentavo la scuola, adoravo le lettere e la geografia, ero diligente e volenteroso e poi eccellevo nel disegno, in special modo quando ritraevo i volti dei Santi, lasciando a bocca aperta i miei docenti. Giocavo con gli altri bambini dell'oratorio sotto lo sguardo felice dei frati Francescani. Andavo, poi, di Chiesa in Chiesa per recuperare, quanto più possibile, le immaginette sacre della Santissima Vergine e di Gesù, che nascondevo sotto il mio guanciale cosicché proteggessero il mio sonno.

La Domenica mi ritiravo, poi, sulla cima di un colle dove vi ci "abitava" un enorme melo, sotto il quale mi raccoglievo in preghiera ed ammiravo il mio amato paesello che da lassù sembrava ancor più piccolo di quanto in realtà non fosse.

Ormai adolescente sentivo la mia fede sempre più forte, sempre più intrisa nel mio cuore. Intrapresi gli studi classici e, a diciotto anni compiuti, entrai in seminario. Era dura, ma il mio amore verso Dio mi dava la forza per superare ogni prova, tanto che i padri erano sconcertati dal mio sapere e dalla mia intelligenza. In pochissimo tempo presi i voti e divenni sacerdote: padre Claudio Marchesi.

Ero fiero di me, ed il mio legame con l'Alto era un vincolo indissolubile.

La tonaca nera mi calzava meravigliosamente e sembrava sfilare un fisico già asciutto e sodo. Il mio volto sembrò acquistare un aspetto ancor più angelico nella sua chiarezza rosea, addolcita da capelli biondi ed occhi castano nocciola, ed un sorriso perfettamente bianco che da piccolo faceva impazzire le ragazzine del liceo.

Qualche mese dopo la mia investitura canonica, mi venne affidata la parrocchia di un piccolo e sperduto paesino del nord Italia.

Era un luogo incantevole, abitato da poco più di mille anime contadine, posto sulla cima di un'altura contornata da fitti boschi verdi e da un fiumiciattolo che scorreva proprio di fianco alla Chiesa di "San Luca"

La gente era cordiale e poi, lì, l'attaccamento per il parroco era viscerale; lo aveva ben conosciuto il mio predecessore, morto alla veneranda età di novantasette anni.

Sei mesi dopo ero integrato completamente in quella splendida comunità: ero felice, la gente mi stimava e seguiva in massa le mie funzioni ed anche il Crocefisso, posto sul fianco sinistro della navata, sembrava esser fiero di me.

Il quattro Luglio ricorreva la festa del Patrono San Luca che, si diceva, avesse salvato il paesello da un'alluvione che stava per seppellire case e abitanti, in un Febbraio dei primi mesi successivi alla grande guerra.

Le strade erano agghindate a festa, le arcate luminose ravvivavano quel posto incantato e la gente camminava serena per le viuzze, presso i chioschi che profumavano di torroni caramellosi e zucchero filato che faceva andar matti i bimbi, mentre i colpi di mortaio arricchivano quell'allegria spensierata.

Quella mattina, alla Santissima Messa dell'Aurora, vennero ad omaggiare il Santo Protettore anche le suore Clarissane: la Madre Superiore, suor Giulia, mi presentò le altre consorelle. Io le accolsi felice e davo loro la mia Benedizione. Erano venti angeli di Dio contente di servire Nostro Signore con tutta la loro amorevolezza. Tra loro c'era pure una giovane novizia che attendeva di prendere i voti; il suo nome era Rachele. Una fanciulla timida e rispettosa, dagli occhi azzurro cristallo ed un viso da Madonna tenero e fulgido. Quando i nostri occhi s'incontrarono, sentii un brivido lungo il corpo; le mie mani raggelarono e la voce si fece fioca e balbettante. Il mio cuore aveva sentito un'emozione forte, qualcosa che inondava e stordiva le mie emotività senza che io potessi comandarla.

Quella situazione imbarazzante venne spezzata da uno dei miei chierichetti che mi annunziava l'inizio delle celebrazioni. Io non risposi, annuii con il capo in senso di approvazione mentre continuavo a fissare quella visione che aveva, per un attimo, sconvolto la mia giornata, fino a quando il mio sguardo non la vide scomparire dietro la porta della sagrestia.

Paolo mi aiutò a vestirmi; con il parato e la stola bianchi, feci il mio ingresso in Chiesa; lei era lì, seduta al primo sedile di fianco alla madre Superiore e le mie carni furono nuovamente investite da una piacevole sensazione d'avvolgimento, che mi faceva male e bene allo stesso tempo. Rivolsi lo sguardo verso i parrocchiani e diedi inizio alla funzione Sacra; non avrei di certo potuto far capire nulla alla gente!

La giornata trascorse serafica come doveva, senza sbavature fino alle 22:00, quando San Luca venne salutato dai fuochi d'artificio che illuminavano il cielo di verde e di rosso. Dopo aver ricevuto le congratulazioni da parte della cittadinanza, mi ritirai nella mia canonica; non entrai dal portone centrale, avevo paura di trovarmi di fronte al Crocefisso che conosceva già la mia vergogna.

Andai diritto a letto, ma non riuscivo a dormire: mi raggiravo nervoso da una parte all'altra; dunque mi alzai ed andai in bagno, sciacquai il viso e, specchiandomi, mi ripetei:

- scemo, sei proprio uno scemo Claudio! Come ti passa per la testa di invaghirti di una donna, quando hai appena giurato amore eterno a Dio, e poi neanche una donna qualunque, una novizia delle Clarisse! Scemo sei proprio uno scemo! -

Tornai a letto e chiesi perdono al Signore; battevo forte i pugni al petto in segno di punizione,ma Rachele, il suo volto, le sue mani erano sempre lì, invadenti; mi perseguitavano ed io piangevo. Ero sfiancato, ma il peccato prese il sopravvento: mi lasciai andare all'ingordia avida della lussuria e, senza alcun pudore, lasciai scivolare la mia mano lungo l'addome, e poi ancora più in giù, fino alle gambe e lì iniziai a carezzare il mio membro duro e possente che pulsava di piacere. Cercai di fermarmi ma le mie mani brusivano di un vento diabolico che non lasciava scampo: afferrai la mia asta lunga e dura come acciaio e cominciai a masturbarmi chiamando Rachele a bassa voce, come a evitare che qualcuno mi sentisse, o forse per negare a me stesso quello che stavo facendo e che mai avevo fatto prima. Il piacere fu forte, incontrollabile. Immaginavo di stringere i suoi seni tra le mie mani, e, all'ennesima carezza, la mia pozione malefica venne fuori senza pietà!

Sfinito e tremolante m'addormentai, ed incubi violenti mi fecero visita nel mio sonno aspro: sognai una strada piccola senza uscita e dietro me dei monaci senza volto che m'inseguivano con in mano l'ascia della morte, del peccato!

Mi svegliai sudato e in preda al panico fra le prime luci dell'alba rossa, rossa come il mio tormento!

Le mie giornate trascorsero come sempre: andavo in giro per il paese e la gente mi salutava festosa e le donne mi donavano anche del cibo appena sfornato dalle loro cucine, ed i loro profumi ricordavano tanto gli odori della cucina di mia madre. Già, mia madre! Se ci fosse stata lei, forse, avrebbe potuto aiutarmi a capire se la mia vocazione era a rischio, o se forse quelle sensazioni, quei tormenti erano normali, che forse anche un prete può provare, perché in fondo anche egli è un uomo fatto di carne e si sa che questa è debole!

Passavo spesso vicino al convento ma non avevo il coraggio di entrarvi, avevo il timore che quella cosa malefica si fosse rifatta avanti.

Un mattino della prima metà di Ottobre, venne a farmi visita in parrocchia suor Giulia:

- sia lodato Gesù Cristo padre Claudio -

- sempre lo sia, madre -

- padre sono venuta qui per invitarla alla vestizione della giovane Rachele che avverrà dopodomani, ed io la ringrazierei tantissimo se potesse confessarla prima del grande passo -

Non mi sarei potuto tirare indietro:

- senz'altro madre -

- allora l'accompagnerò io personalmente domani all'imbrunire -

La madre superiora se ne era andata, ed io avevo paura di ciò che sarebbe potuto accadere l'indomani, quando mi sarei ritrovato di fronte all'oggetto del mio desiderio perverso. Al sol pensiero stavo male, tremavo come alla vista del demonio!

Erano le 18 del 15 Ottobre e puntuali giunsero le due donne: Rachele era ancor più bella, o forse ero io magnetizzato da quella donna che aveva fatto vacillare, con uno sguardo, la mia chiamata. Le sue mani intrecciavano un Rosaio bianco come il suo viso, ed io sentii ancora quelle forti pulsazioni che schiantavano il mio cuore pazzo.

Lei parlava raccontandomi i suoi dolci peccati, e quella voce, per me, era la lirica del più bravo poeta che invadeva i miei labili sensi. Dopo averle dato l'assoluzione, le strinsi le mani calde opposte al gelo delle mie; le feci i miei auguri e lei, timida, mi ringraziò, ma io, ormai privo di alcun controllo, l'abbracciai forte e la strinsi al mio corpo e, senza vergogna alcuna, la baciai e qualcosa nelle mie viscere si smosse; lei sdegnata scappò via trattenendo le lacrime, sotto lo sguardo triste del quadro del Sacro Cuore che pareva fissarmi con rammarico, come se fossi stata l'ennesima pecorella che si smarriva dal gregge del buon Pastore.

Caddi affranto sul pavimento della sagrestia: maledicevo me stesso per quell'animale che ero diventando e che non riuscivo ad addomesticare.

La mia incoscienza aveva profanato anche l'animo nobile di quella giovane sposa di Dio, e non riuscivo a darmi pace. Per evitare lo scandalo, il mattino seguente, mi diressi in città a colloquio col Vescovo, al quale chiesi di potermi riposare per qualche giorno dai miei stressanti impegni canonici. Egli mi guardò un po' sospettoso ma, poi, accordò la mia richiesta e mi concesse un mese di riposo. La stessa sera, triste, andai via dalla mia parrocchia per raggiungere Torino, dove sarei stato ospite di un mio vecchio amico del liceo che si era sistemato lì dopo la laurea in legge. Giorgio era un bravo ragazzo, aveva studiato sodo per raggiungere i suoi obbiettivi, ma non si era ancora sposato perché adorava la vita da single incallito. Fu molto felice di ospitarmi, ed io speravo che quel break mi avesse potuto aiutare a rigenerarmi e dimenticare quella brutta storia.

Una sera mi portò a teatro a vedere La Turandot di Puccini. La sala era piena, l'opera d'altronde era un capolavoro. Giunti all'arena,il mio amico, mi presentò alcune ragazze: donne bellissime ed altezzose ma molto intelligenti. Tra loro ce n'era una sulla quarantina: affascinante e dalla dialettica perfetta. Il suo modo di fare m'impressionava: sicura di se, ed abile nel rispondere ad ogni domanda che le veniva posta. Mi fissava ammaliata, alternando sguardi dolci a sorrisi di approvazione. Mi sentivo un po' in imbarazzo ma cercavo di non farlo notare. Dopo gli applausi finali, lei si avvicinò a noi chiedendoci se fossimo stati disposti a seguirla a casa sua per un rinfresco. Giorgio, senza farselo ripetere due volte, le diede la nostra disponibilità. Viaggiamo per circa tre quarti d'ora prima di arrivare alla villa di Sara. Era un castello enorme, posto fuori città, un po' appartato. Dentro c'era già tanta gente: avvocati, ingegneri, medici, e nobili di ogni rango che giravano per l'immenso salone, tutti rigorosamente con il loro aperitivo in mano.

Io girovagavo per la sala gremita, guardando, conquistato, i meravigliosi quadri che coprivano le pareti. Poi la contessa si avvicinò e, offrendomi del vino francese, inizio a colloquiare con me:

- prego signor.... -

- Claudio -

- allora Claudio che ne pensa della mia modestissima casa? -

(Mi disse con aria compiaciuta)

- Beh! Direi proprio che è un incanto -

- Non mi ha detto ancora di cosa si occupa nella vita -

- Sono un prelato -

- Oh! Ma guarda te, un prete in casa mia...Ah, Ah, Ah...! -

- Perché ride? Forse non le piacciano i preti? -

- No, no, rido perché io non credo affatto in Dio -

-Beh! Ognuno di noi ha i suoi nei -

- Ma lei comunque non ha affatto l'aria del sacerdote!? è così giovane, spigliato e soprattutto bello! -

- La ringrazio per i complimenti, ma che lei ci creda o no, lo sono -

Continuammo a parlare di tante cose, cercò di indagare nella mia vita, ed io fui molto evasivo. I suoi occhi erano accattivanti ed eccitati, sembrava mordermi con lo sguardo che fissava, romantico, le mie labbra che si muovevano nel loro dialogo.

A fine serata, poi, mi chiese di rivederci, io le dissi che non avrei trascorso tanto tempo a Torino e che presto sarei dovuto rientrare in canonica.

Ma lei, furtiva, sembrò capire che stessi mentendo e con fare abile ed aggressivo mi rispose:

- non ti preoccupare Claudio, non mi perdo facilmente d'animo, ci rivedremo presto. -

E, stampandomi il rosso del suo rossetto sulle guance, si allontanò da me inebriandomi col suo fresco profumo.

Qualche settimana dopo mi trovavo solo in casa immerso nelle mie orazioni, quando sentii suonare alla porta: la contessa mi apparve nel suo abito succinto e nero che avvolgeva quelle curve rotonde che avrebbero fatto impazzire qualsiasi uomo, ma che non avrebbero potuto insidiare me.

No, stavolta ce l'avrei dovuta fare, avrei dovuto lottare!

- Salve padre, sono venuta a chiederle l'assoluzione dai miei infidi peccati  -

E, ridendo come a schernirmi, si sedette accavallando le gambe lunghissime sulla poltrona vellutata del salotto.

- Senti Sara, tu sarai pure una bella donna, ma io non posso... non posso darti quel che cerchi. Sei giovane, intelligente, puoi avere tutti gli uomini che vuoi, perché hai deciso di tentare proprio me!?

Con un'altra risata, ma questa volta più dura, mi fissò negli occhi dicendomi:

- ma falla finita, suddito di Dio! Tu sei come tutti gli uomini, non è una tonaca a farti diverso. Anche tu sotto quelle vesti hai un corpo che pulsa e vibra affamato di carne, pronto a soddisfarsi... e poi dimmi, non hai mai fatto pensieri viziosi su nessuna donna, o la tua vocazione è talmente forte che volgi lo sguardo da un'altra parte quando qualcuno ti passa accanto!? -

Si avvicinava minacciosa verso me che me ne stavo in piedi davanti a lei, incredulo.

Le sue parole mi avevano ferito; sapevo di essere fragile, conoscevo la mia debolezza sempre lì, pronta a venir fuori e farmi altro male.

- Si la mia fede è forte, e non posso cedere alle tentazioni. -

Ma, come una molla appena fatta scattare, balzò in piedi e si avvicinò verso me che già ero rigido come un pilastro.

- Allora se veramente sei così come dici, fatti provocare e vediamo se sai resistere al mio fascino...eh prete!? -

- No, vattene, vai via da qui, non puoi violentare il mio volere! -

- No, forse non ci siamo capiti! Io non voglio violentare il tuo volere, io voglio possederti e vederti godere! -

La sua insistenza si fece più vigorosa; si strusciava col suo sedere tondo e sodo contro la mia verga. Cercavo di resistere: davanti agli occhi avevo l'immagine di Rachele, l'immagine del Crocefisso della mia Chiesa,ma più mi ritraevo, più Sara si eccitava;poi, scaltra e lesta, si chinò giù ed abbassando la cerniera dei pantaloni, prese in mano la mia lancia e subito quella bestia che non riuscivo a controllare venne fuori e la mia asta si issò dura come non mai.

- Vedi che anche tu, davanti ad una donna, non sai resistere... ! -

Con forza maledì con la sua bocca il mio piacere, mentre con una mano carezzava le mie sacche gonfie.

Mugolava eccitata, ed io, ormai perso nell'alienazione del momento, la presi di forza ed, inarcandole la schiena, le stappai via gli slip e la possedetti senza ritegno.

La mia voglia arrivò subito, ma sia io che lei non fummo sazi; così ci ritrovammo sul divano con il suo corpo incastrato al mio, ed i suoi seni turgidi e grossi tra le mie mani tremolanti di goduria.

- Ecco prete, questo è quello che ti regalo: la lussuria...la passione... l'ardore di due corpi vogliosi l'un dell'altro! -

A quelle parole urlai per l'ennesima volta con un rantolo di piacere forte e cupo!

Soddisfatta, s'alzo in piedi e rivestendosi mi disse:

- io ottengo sempre ciò che voglio, e non c'è Dio che possa fermarmi! -

Andata via rimasi seminudo sul divano, pensando a quanto fosse stato bello,ma l'angoscia mi assaliva sempre più. Ero diventato impuro agli occhi del Signore, ma ero debole... non riuscivo a tirarmi indietro; il sesso mi piaceva, eccitava e non riuscivo a fermare la sua brama di me!

Un pomeriggio Giorgio venne a dirmi che la contessa ci aveva invitati al centro per bere qualcosa; ebbi la sensazioni che lui potesse sapere, ma poi capii che era solo un mio pensiero.

Alle 21:00 eravamo al pub: io, Giorgio, Sara ed un'altra donna, sua amica. Veemente, mi guardò fisso negli occhi e mi disse:

- come andiamo prete, le sue litanie le ha già dette!? ah... ah... ah! -

Non le risposi, mi accomodai al mio posto e feci finta che le sue parole non mi avessero sfiorato nemmeno.

Fu una bella serata, bevvi qualche bicchiere di vino fino a quando, mentre il mio amico e Angelica si erano dati alle danze, Sara non si sedette di fianco a me e, abbracciandomi, mi sussurrò all'orecchio:

- Sei sexy prete, mi eccita sapere che sotto quegli abiti c'è un corpo che vorrei sfinire di passione! -

E con tutto il suo avido appetito mi baciò le labbra, che si lasciarono profanare ancora una volta.

Due giorni dopo, intorno alle 14:00, ricevetti una telefonata dal Vescovo che mi chiedeva di rientrare urgentemente in parrocchia perché avremmo dovuto discutere di qualcosa di molto urgente della quale non avremmo potuto parlare per telefono.

Spaventato a morte, feci immediatamente i bagagli: avevo il terrore che Rachele avesse potuto rivelare a qualcuno il mio comportamento di quel maledetto giorno. Presi il treno ed in poche ore fui al paesello. L'accoglienza della gente non fu affatto amichevole: qualcuno mi salutava, altri facevano finta di non vedermi, le vecchiette ai balconi mi sbattevano in faccia le persiane, ed altri, infine, mi davano dello schifoso!Camminavo fingendo di non accorgermi di nulla, ma il mio cuore tamburellava forte fino alle orecchie e vampate incendiavano il mio volto.

In canonica vi trovai il Vescovo ad attendermi:

- Caro Claudio, ti ho fatto venire in fretta perché sono giunte voci poco gradevoli sul tuo conto! -

- Monsignore, non capisco a cosa vi stiate riferendo!? -

- Sei proprio sicuro di non aver commesso nessun errore!?... Vedi, io ti posso anche capire, sei giovane e in balìa delle tentazione,ma il tuo è un compito arduo. Seguire la dottrina di Dio non è facile e forse la tua fede non è così forte da permetterti di proseguire in questo cammino. -

- Non capisco!? -

- Claudio, mentre eri a Torino qualcuno ti ha notato in uno di quei locali per ragazzi e, riconoscendoti, ha scattato delle foto che compromettono la tua serietà spirituale. Guarda... guarda tu stesso e deduci! -

La foto ritraeva il momento del bacio con la contessa.

- Monsignore, io... io -

mi gettai in terra chiedendo perdono al Vescovo:

- Su figliuolo alzati, non sarò di certo io a giudicare il tuo operato... sono uomo anch'io e capisco che errare è umano; il perdono lo devi chiede a Egli, e poi a te stesso. Io però sono costretto ad applicare la legge. Devo allontanarti da questa comunità. Hai due opportunità: o vai per un tempo indeterminato in Africa ad assistere quelle povere anime sofferenti, oppure buttar via tutto quello per cui hai lottato e perdere i tuoi voti per sempre. Hai una settimana di tempo per pensarci, dopo dovrai darmi la tua risposta. Nel frattempo qui non potrai rimanere, la gente mormora ed io non posso farti restare. Quindi ho già nominato il tuo sostituto. Tu, forse, è meglio che te ne torni al tuo paese natio per riflettere con calma. In lacrime curvai il capo e, baciato l'anello sacro del Vescovo, me ne andai.

Tornai al mio paese stanco e depresso come non mai; ero giunto ad un bivio: tornare nella diretta via, oppure abbandonare tutto e diventare un uomo libero di sbagliare e di lasciarsi andare alle sue tentazioni!

Rividi la mia casa ormai vuota; andai alla tomba dei miei genitori e piansi gridando i loro nomi, imprecando perché loro non c'erano più ad aiutarmi, a confortarmi.

Dunque tornai sul colle dove il mio amico melo era ancora lì: sentii i profumi dell'infanzia, quando la mia anima era pura e forse più forte.

Guardavo il mio paese da lassù e lo vedevo piccolo come da bambino. Mi rivolsi al cielo e chiesi a Dio di darmi una risposta, di aiutarmi ancora una volta, di non abbandonarmi!

E fu pioggia! In pochi minuti venne giù una vera tempesta, mentre in ginocchio supplicavo Iddio; esausto infine crollai. Fui svegliato da un forte tuono e un po’ più in là un albero aveva preso fuoco, e quello fu fuoco rivelatore... ed io capii, finalmente capii!

 

 

 

"Avevo scelto Dio come vita eterna

volevo seguirne la sua dottrina

ed insegnarla agli altri

ma un serpente scavava

la sua strada minacciosa dentro me

e maligno avvelenava

le mie emozioni

senza ch'io potessi oppormi

e più

cercavo di combatterlo

più

esso si torceva al mio collo

lasciando espandere

la sua brama

che libera

violentava

il mio amore in Dio

fino ad uccidermi!"





firmato da..
- poetanelcuore -

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Un battito d'ali è stata pubblicata la poesia vincitrice della Seconda Edizione 2007 del Concorso.









Alda Merini...


Io ero un uccello dal bianco ventre gentile, qualcuno mi ha tagliato la gola per riderci sopra, non so. Io ero un albatro grande e volteggiavo sui mari. Qualcuno ha fermato il mio viaggio, senza nessuna carità di suono. Ma anche distesa per terra io canto ora per te le mie canzoni d’amore.

Alda Merini






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