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08/07/2009





Poesia



E se le mie parole possono essere fraintese in prosa narrativa, più che in prosa poetica, allora in me tutto cambia, e cambia la mia poesia, e viene stravolta la mia vita di poeta, perché a me poco importa il canone su cui viene fatta poesia, perché, per me, è sempre poesia qualunque forma su cui viene fatta poesia, basta che sia poesia.





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03/07/2009





Persuasione sul fare



Mentre la notte affievolisce il suo corso, prorompe l’aurora a tendere all’orizzonte l’arco della vita, e dove troveremo amarezze, esse si tramuteranno in gioie, perché la vita è troppo corta per essere vissuta in malo modo. Se non presti attenzione la vita ti si prende la parte migliore, la serenità. Occorre sempre essere sereni per non entrare in conflitto con la vita stessa. Occorrerebbe mantenere sempre un certo equilibrio per non pendere dai troppi lati positivi che ti adulano, e tu ti culli nell’adulazione che è un errore, ma non bisognerebbe essere troppo pessimisti per auto flagellarsi. Non bisognerebbe prendersi troppo sul serio, manifestando sempre autoironia. Questo è il giusto spirito per distaccarsi un po’ dall’attaccamento terreno a cui tutti tendiamo. Viviamo il presente, senza pretendere troppi elogi, ma neanche incolparsi di colpe inadeguate per una vita senza troppe pretese. Occorrerebbe approfondire il pensiero di autori importanti su chi ci ha preceduto in questa terra, invece di seguire i nostri pensieri, a volte denigratori per se stessi. Occorrerebbe essere più distaccati da ciò che ci sovrasta, e non renderlo un macigno, caricando la realtà di troppi lati negativi su noi stessi, per rendere il macigno più leggero e non tormentarsi ad arrovellare troppo il cervello di fatti o pensieri squalificanti. Speriamo, o almeno io lo spero, che quello che ho sinora scritto, non rimanga retorica, ma sia persuasione sul fare e l’agire, più che sul pensare, e che sia una pagina non andata persa nei meandri della fantasia, ma rimanga, per me, volontà sull’agire umano, su chi cioè, è dotato di ragione.





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- albertoteodori -

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28/06/2009





Un fiato di scirocco e maestrale



 

 

Sul soffitto vorrei scrivere dei miei occhi quel che vuol dire poco in piazza

l’ozio d’osteria un fiato di scirocco e maestrale d’uscio alle chiacchiere.

A tavola stona il tintinnio dei bicchieri vuoti e bevuti senza compagnia

un coro anche stonato ma di quel brano che le dita la tradizione intreccia.

Ansia d’una spinta di chi si sbatte ai dadi perché il baro è un tavolo d’umore.

Anche la semplicità è complessa evita gli specchi che comprendi a bere.

E una gardenia è una gonna di servizio all’asola ciglia di rimmel che s’alza.

Il senso il suo occhio narciso posseduto l’oscurità promesse di piaceri suppongo per un attimo i motivi a orecchi ancora il vento senza palpebre muso lungo.

Indecisioni i vetri appannati calvi il loro viscido gocce all’indirizzo appunto.

S'addice e a vista passa.





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IL VERSO.



IL VERSO.
 
…da un pensiero nasce il verso ,chi lo adatta in lunghezza ,chi con ermetismo…
è da tempo che volevo parlarvi ,a riguardo della forma poetica ,e qui,in questa mia piccola chiamiamola riflessione ,ve ne do esempio:
 
…la poesia ,come noi tutti sappiamo ,nasce in noi spontanea ,e strada facendo si inserisce e acquista forza in noi,arriva nel nostro sentire e ci regala i primi suoni,le prime rime,insomma ci fa scoprire un mondo fantastico ,che a mio dire non lo è…
 
…ognuno che scrive poesia adotta il suo stile,stile vuol dire : forma = contenuto….
c’è chi non segue la punteggiatura lasciando parlare alla sola strofa,chi va a capo usando sempre le maiuscole ,questo avveniva nei sonetti ,ora non più :spesso adottato  nelle prime due strofe di quartine ,seguono poi senza la maiuscola le altre due strofe di terzine …
c’è chi adotta l’ermetismo e ne fa a mio avviso indovinello, sintetizzando al massimo il verso ,con vocaboli meno usati nel linguaggio comune ,della comune gente ,forse è uno stile sorprendente ?io sinceramente non lo capisco,si vuole usare un linguaggio distaccato  e resta una chiave di lettura per pochi , a mio dire resta distaccato ,non affonda nelle menti comuni ,e cioè per la maggior parte della gente ,come anche molti di noi che scriviamo poesia ,rientriamo in una cultura media ,se non mediocre , un linguaggio che viene facilmente recepito ,altrimenti rimane uno sconcerto ,causato appunto, da versi chiusi ,che non danno vita e respiro al canto ,e quindi a questo credo che ci da più forza più grinta per esplorare il mondo poetico e se ne ricava una semplicità naturale…
 
…questa sempre naturalmente e teoricamente resta una mia esperienza nel campo poetico ,non tralasciando la bellezza di chi adotta ermetismo,gia in altri post,lasciati nel mio blog ,espongo teorie di come la vedo io per queste forme…
e come già accennato anche sulla metrica poetica ,definito da me l’alfabeto della poesia! qui alcuni seguono alla lettera ,la sua forma educativa ,ed io ne sono convinto della sua utilità,convinto che un frutto maturo ne bisogna raccogliere il succo,quindi a mio dire ,il tutto non è dettato da un obbligo letterale ,la metrica è semplicemente una formula creata per dare insegnamento ,e da questo insegnamento ognuno di noi attinge il suo bisogno di sapere ,la famosa conoscenza….
 
…la poesia ,come detto rimane oggetto individuale ,si dice spesso: ma io scrivo di getto! ed è vero ciò…questo getto viene fuori spontaneo ed è una ottima partenza,col tempo si sa anche elaborare questo getto…e quindi resta un inizio a fare poesia ,sarebbe dispiacevole fermarsi,cosa che accade sovente ,vuoi perché è solo un attimo di pensiero dedicato alla donna amata, vuoi perché pubblicata su siti letterari dove il commento si fa feroce ,e si rischia che  quel getto iniziale va a morire ,a fermarsi ,perché uno stronzo qualsiasi non ha capito chi vuole iniziare un percorso poetico ,quindi si bloccherebbe un bello che sta per nascere ,ed è da questa forma gettale che cominciano a nascere i primi passi verso la poesia …
 
…battutina: ci sentiamo poeti ,parola grossa! perché si pensa l’impossibile ,al grande poeta,e noi chi siamo?direi che il tempo da ragioni e risultati …
 
…passiamo ai suoni ,alle assonanze :
abbiamo detto ,ho detto! che diverse sono le forme che alcuni adottano ,una firma che ne diviene uno stile personale ,come dire:
questa è la mia poesia e il mio modo per cantarla ,ed io ne sono convinto di questo,sono d’accordo ,però poi resta il parere singolare di ognuno di noi e come la vede ,ma che comunque in ognuna ne debbano affiorare i suoni,più che praticati nella scrittura,vanno sentiti ,mi spiego meglio:
il suono poetico rientra tra i livelli naturali del sentire ,ed è importante esprimerli in poesia ,da questi nascono le assenze che a sua volta fanno e danno ritmo alla musica del canto ,la cosiddetta musicalità!
qualcuno si chiede cosa sono questi suoni ?ve ne do esempio:
quando ascoltate una canzone ,la voce del cantante in essa sentite la musica che accompagna le parole e ne fa melodia ,mentre in poesia al massimo potete sentire una voce che declama poesia ,e in quella voce ,si sente la tonalità,gli alti e i bassi per dare tono a quel verso e figurarlo musicalmente ,solo con un solo strumento (LA VOCE) questi eventi succedono rari ,ma non perché questa arte antica è riservata ai pochi ,a una classe sociale di alto rango,no ! è che se   da un’arte non si ricavano denari ,questa rimane per i pochi appassionati …
 
….resta comunque semplice la lettura ,vi comprate un libro di poesie,che spesso in librerie sono sempre pochi ,o andare in blog e siti letterari ,qui si arriva alla differenza,e cioè: prima si è parlato di toni di voci ,quindi suoni uditivi e più vicini e diretti,mentre ora si va a parlare di una LETTURA VISIVA direi quindi diversa dai suoni uditivi ,leggendo la lirica possiamo seguire il verso e nella NOSTRA lettura visiva ne concentriamo e ricaviamo musica dove la mente le assimila ,(questi sono i suoni )…
 
…seguo col dirvi ,che tutto prosegue naturalmente ,infatti chi recepisce questo dono ,nel tempo ne concerta  sempre più praticità nel elaborare poesia ,dando la sua maggiore completezza poetica e di forma strutturale ,questo particolare,ma che particolare non lo è , oltre che è una forma d’arte ,viene chiamata scienza ,nascita naturale della fabella ,favella dei cantastorie ,raffinata nel tempo e confortata da ogni individuo che esplora il mondo della conoscenza ,della naturale vita,questa viene chiamata :la scala naturale…
 
…vi faccio esempio di significato:
prendete una scala,e salite su, gradino per gradino ,mentre salite vedete più luce,sentite più aria,vedete più cose…poi dall’alto vedete il basso e ne noterete differenza,e questa naturalezza che sale…sale…col tempo nelle menti ha il suo sviluppo le sue maggiori funzioni ,si distingue dunque la differenza nel proprio io ,ed è un crescere cosciente che da e si ha emozioni ,seguendo una propria volontà ,e ai grandi poeti ,questi restano solo che i primi maestri che con il loro insegnamento danno seguito a chi come noi fa poesia.,quindi non mi allargo la bocca dicendo ,ho letto pinco palla …no! ma con naturalezza e farina del proprio sacco si può continuare un percorso sinceramente ….
 
…come detto e mi ripeto:tutti quelli che come me amano la poesia seguono l’istinto naturale ,la bellezza di fare la buona e bella poesia…
 
…a tutti un caro abbraccio .
Giovanni Maffeo
poetanarratore.




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27/06/2009





I pomodori in faccia



Quando il vento frantumerà l’arcobaleno in migliaia di smeraldi incastonati da merletti d’alabastro e l’intero sidereo canterà il tuo nome, allora, solo allora potrò dire di non avere vissuto la mia vita indarno. E se ci saranno oceani di bellezza trasportati da chimere sognanti, io potrò dire di aver sposato la compagna giusta per me. Ogni cosa non è a caso, tutto è scritto nel libro della vita ed io dovevo diventare quello che sono e dovrò accettarlo prima o poi. Oh se i folli dicessero la verità sulla vita! Loro sanno tutto in anticipo e nessun folle è così amato come il folle di Dio. Quando lui armato di coraggio divino espugnò la chiesa locale per farne una universale. Sarà arrivato alle 23.00 l’intercity per Monaco? Domanderò al bigliettaio una volta in treno, intanto prendo il sole 24 ore, sì va bene, mica è vero! Anche nelle giornate più lunghe il sole arriva massimo 12 ore. Sarà un errore di stampa! Però dicono che i folli hanno sempre ragione, ma qui ho torto marcio, come le uova che mi sono state tirate ad una lettura di poesia per non udenti, io non capivo i loro gesti e loro non sentivano la mia voce, però hanno la mira giusta, le uova, quattordici, sono andate tutte a segno, mentre io mettevo il segnale di lettura sul mio libro che stavo leggendo, per puro caso il libro si è salvato, ma i miei occhiali contenevano sette tuorli e un sacco di albume. Per chi non lo sapesse il tuorlo è il maschio dell’uovo e naturalmente l’albume è la parte femminile. Sì va bene ma l’uovo l’hanno tirato intero. Nessuna recriminazione, soltanto quelli dell’organizzazione mi dovevano specificare cosa significasse L.I.S. lettura integrale per sordi. Non sapendo chi stessimo aspettando e data l’ora tarda, io mi sono messo a leggere, non l’avessi mai fatto, dopo a uova sbattute in faccia mi dissero confidenzialmente che stavano aspettando la traduttrice simultanea per i non udenti. E tra l’altro, dopo quella lettura bagnata all’uovo, non ebbi più il coraggio di leggere poesie in pubblico. Non sopporterei i pomodori in faccia!





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23/06/2009





Vola nel cielo terso



Vola nel cielo terso, lasciati guidare dal tuo istinto e mantieni la rotta dell’amore, e verranno giorni di festa, giorni tristi e meno tristi. Ma ci sarai tu a guidare verso la rotta dell’amore. Ama il vento che ti sussurra i capelli. Ama il sole che asciuga il pianto. Ama l’ombra, perché ogni cosa positiva ha il suo negativo. Ma ricordati, tu sei una donna nata per amare, amare senza condizioni. Tu sei una donna stupenda che ogni uomo vorrebbe accanto a sé, perché sei amore allo stato puro, e ricordati, io ho cantato frasi piene d’amore al mattino, quando c’eri tu che me le dettavi. Ama, vivi, gioisci, immergiti in una fontana colma di ninfee, tu ne sarai la regina. Vestiti di rugiada ogni giorno, e dà il buongiorno al mattino che ti viene a svegliare. E dai la buonanotte all’oscurità. Sogna abeti innevati, sogna il mare, l’importante è sognare di essere cullati dalla neve o dalle onde del mare. La neve è così soffice che non si sente, ma il mormorio del mare ti cullerà in oceani di freschezza, e dormirai, e sognerai le magnificenze della natura con te accanto. Vola libera da ogni vincoli terreni, perché tu sei così ariosa che nessun umano ti potrà frenare. Allarga ben bene le tue ali, e segui la scia di un refolo di vento, che ti trasporterà libera ed unica in questo mondo di doppioni, falsi ed ipocriti. Tu sarai di esempio di come la libertà costi il mondo intero, e tu l’hai raggiunta, scavalcando l’abisso delle banalità, e raggiungendo l’onnipresente uscita di sicurezza, la vita.





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- albertoteodori -

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22/06/2009





Piazza dei Martiri Pennesi



 

C’era quel passaggio a livello a scandire le ore, con quei treni sferraglianti a velocità di corsa dei sacchi.
E i camion a suonare innervositi il clacson di giorno e di notte, perché distinguere tu non potessi già da allora il vero dal falso, il tempo dello scampanellio indifferente ai tuoi bisogni.
Piazza dei Martiri Pennesi ed io con i miei primi amori a non sapere poi chi fossero mai stati quei Martiri forse vittime di una repressione lenta del Nazifascismo.
I miei amori appesi a quel balcone della sala, la sala buona dove non potevi entrare se non per gli ospiti che occasionalmente venivano a trovarci.
Con quella gondola sul piano di vetro con cui non ho mai giocato, forse la luce stessa di quella piccola lampadina mi ha visto diventare uomo da bambino.
Quella sala dove si faceva l’albero di Natale e sotto, sotto quel presepe grande ma senza acqua.
Già l’acqua nel presepe l’aveva quello del piano di sopra e quanta invidia, quanta.
Piazza dei Martiri Pennesi e gli scontri con la polizia nei disordini per Pescara capoluogo, visti dalla finestra della mia cameretta, tra fumi di lacrimogeni e pestaggi.
Si facevano i pomodori a casa e Ornella, Ornella che suonava al campanello, un amore trattato come non meritava, povera Ornella che dei suoi sogni ha fatto un sacco come il suo matrimonio bucato dal destino.
Ma allora, allora ero solo un ragazzo con un pupazzo a mia immagine di pezza appesa alla libreria, regalo di quattro amiche il giorno del mio compleanno.
Piazza dei Martiri Pennesi, il nostro appartamento in affitto così grande dove poter giocare con i soldatini dalla cameretta alla sala.
E quella del primo piano, più grande di me di qualche anno ed io che pensavo agli amori.
Il tempo, le strade di Pescara, il movimento studentesco, le vie dei sogni e quel giorno, quel giorno del 1975 quel giorno maledetto che non dimenticai mai.
La porta che si apriva e mio nonno che parlava di una tragedia, capii subito che a 21 anni ora ero uomo, con tutto quel dolore addosso.
Piazza dei Martiri Pennesi e Pescara in toni grigi ed il pianto al funerale di mio padre, l’ultimo pianto, si l’ultimo pianto che ho versato.





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20/06/2009





Putto angelo



 



Brullo paesaggio il provocare scogliere e solchi di bianco gesso guazzo

dove la roccia è un'iniezione di mare e di concerto l'incisione lingua.

Diversità è il grazie di ex voto appesi all'osteria palestra e processo

ritagli di giornale su poveri del falò in quelle stanze a mezz'aria di famiglia.

Azzurro è cresciuto il cielo per mano ha preso il mare da cui spiare

fori e fessure come le persiane i soldati sull'attenti alberi se stessi ombre.

Giocando a carte si segue ogni smorfia senza averla al nostro fianco pizzico

un punto alcuni uomini un processo è un soggiorno di ritratto su ghiaccio.

Il viso in polvere putto angelo erote una scheggia di specchio un coccio trainato

lì tra le briciole testardo per uno e per uno noi di utilizzo ponte quotidiano deviato.

Sponda si sta.





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- ldelena21 -

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Andavo per le montagne



Andavo per le montagne, che si ergevano fra cattedrali alte fino al cielo, ed io camminavo sulla mia ombra, candelabri a migliaia erano nelle cattedrali e si sentivano angeli cantare osanna celesti fino al sorgere del sole, dove l’ombra scompariva e camminavo solitario sperando di incontrare un segnale che mi desse l’idea di universalità di ciò che avevo udito e visto, o forse era tutto un sogno anche il mio stare lassù, fra gli alti abissi che colmavo con la mia memoria, poi vidi avvicinarsi verso di me un bambino di dieci anni che appena mi vide mi abbracciò quasi fossi il messia.

-io non sono che un povero diavolo in cerca di me stesso.

 e quando glielo dissi, lui pianse lacrime amare.

-perché lungo la mia strada tutto è difficile, io voglio capire l’essenza vera dell’esistere su questa terra, non nego niente di ciò che l’uomo ha saputo fare, ma la morte? Perché il distacco ? Perché ci si deve lasciare in questa vita? Muoiono ogni giorno centinaia e centinaia di uomini e nascono centinaia e centinaia di bambini. Ma dove sta andando il mondo? La nascita può essere anche meccanismo meccanico di sesso, ma la morte? Dove va il suo canto, prima di giungere all’occaso delle proprie destinazioni. Perché si smarrisce la strada giusta e si intraprende la strada malvagia? Sarà il vero purgatorio la vita stessa? Forse che chi sopporterà di più i tormenti della vita sarà premiato? Comunque c’è sempre un nascere e un morire lo stesso giorno formato da ventiquattro ore. Un giorno passato nella casa del Signore vale più che mille altrove.

-chi ti ha ammaestrato in questo modo ragazzo?

-un pastore di pecore.

-aveva con sé un libro?

-eccolo!- e lo porse allo sconosciuto- mi disse tante di quelle cose, tra cui che quello è il libro della vita, e mi disse di custodirlo bene, e mi ha anche raccomandato che questo libro non andasse in mano a persone indegne.

Volle accodarsi ugualmente con me, io non parlavo, ma ascoltavo il silenzio di grandi aquile sopra di noi vedere i nostri minuscoli passi verso un non so che. Ero attonito e avevo fame, avevo con me pochi spiccioli, e non sapevo se fossero stati sufficienti per un pasto caldo per due persone, il bambino mi seguiva con devozione e naturalmente voleva che non lo portassi sulla strada cattiva, ma un sesto senso mi diceva che dovevamo trovare presto o tardi una locanda, e la trovammo, era la taverna dell’Angelo, ed io chiesi al locandiere dove conducesse tale strada.

-come non lo sapete?

-no, risposi io.

-conduce al folle abisso, la strada a destra invece conduce al pozzo della conoscenza.

-e che c’è al pozzo della conoscenza?

-andate e lo saprete.

 Prendemmo al bivio dopo trenta chilometri di incontri assai strani, la svolta a destra, mi sono domandato spesso di quegli incontri e del perché, dopo molto tempo, riflettendo, pensai che erano delle prove per dimostrare se veramente eravamo degni del pozzo della conoscenza, dovemmo baciare sulla bocca una lebbrosa, dovemmo ingabbiare tre leoni, che ci venivano incontro e dove per terra trovammo le armi per difenderci, erano due lance e due scudi, e incontrammo tre folli che dovemmo ammansire, dal momento che le due prove per arrivare al pozzo della conoscenza l’avevano provati così tanto da perderci il senno, e per loro non vi era altra alternativa che il folle abisso. Fu veramente uno strazio assistere alla loro dipartita, ma era messo in conto che non tutti sono allenati a prove simili. Prendemmo la strada a destra, e c’era effettivamente un pozzo, io avevo sete e bevvi così tanto da non riconoscermi, ero un altro, avevo la conoscenza con me. Incominciai a non capire. Bevve anche il ragazzo, e fece lo stesso effetto strano anche su di lui. Entrambi non capirono. Davanti a loro c’era il paradiso terrestre con ampi frutteti, mele, pere, uva. C’era da vivere una vita. E le montagne? Tutto dietro di loro era scomparso. Loro erano gli eletti, ma perché proprio loro? Intorno non c’era nessuno, soltanto chilometri e chilometri di frutteti.  Era davvero il paradiso?  Ma è proprio vero che quando si ha la conoscenza con sé non  si comprende ciò che si sta avverando? Eppure il mito della creazione è tutt’altro che così, avendo mangiato del frutto della conoscenza loro compresero. Intervenne all’improvviso un uomo sconosciuto, che disse:

-ma loro non bevvero, mangiarono soltanto il frutto della conoscenza, perché volevano diventare dèi loro stessi, voi invece avete bevuto nel pozzo profondo della vostra conoscenza dove, avendo cercato bene in vita, avete trovato Dio.

-ma lei chi è?

-sono il guardiano del paradiso terrestre.

E il ragazzo riconobbe così il vecchio pastore e si abbracciarono fraternamente, e al ragazzo uscirono delle lacrime, questa volta di felicità.





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16/06/2009





Sempre in continua ricerca



Sono sempre in forma inquieta, come l’onda con la sua risacca, e come essa, sempre in cerca di divenire per non assopirmi mai, sempre in continua ricerca, e mai in posa, soltanto la notte riposerò in sogno nel mare della tranquillità. Ma essendo il sogno momentaneo abisso, non riposerà il mio inconscio. Riposerò soltanto quando le vele della morte saranno issate verso un oceano colmo d’insonnia.





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15/06/2009





La strana storia del fabbricante di corde




  
Era ricco, molto ricco.
Lui fabbricava corde di ogni tipo e le esportava in tutto il mondo, ma le corde che gli riuscivano meglio erano quelle grosse e robuste che usavano nelle impiccagioni.
Per quelle aveva raggiunto il monopolio praticamente.
Qualcuno raccontava che per farlo aveva usato metodi cruenti e crudeli, ma la gente parla e non sa.
Come quella storia che gli piacessero le ragazzine, che ipocriti.
Le ragazze al giorno d’oggi diventano sempre più belle e dimostrano sempre più degli anni loro.

Sua moglie si era spesso arrabbiata con lui per la sua particolare attenzione verso le ragazzine.

Alla fine le minacce verso i figli erano servite a farla desistere dal rompere le scatole.
Per vendere le sue corde si era persino alleato con la mafia, con una famiglia importante e in cambio gli aveva fatto arrestare tutti i membri delle famiglie rivali.
Il potere logora chi non lo ha diceva il suo amico italiano, il potere lui lo aveva e ne aveva tanto.
Camminava nella sua villa di notte, non voleva nessuno della servitù di notte.
Dormiva sempre meno con il passare degli anni, non era riuscito a trovare soluzione alla sua insonnia.
Non voleva che la servitù lo vedesse di notte, grazie al trucco riusciva a coprire le sue rughe, ma la notte, la notte allo specchio appariva il suo vero volto.
C’era una cosa però che nessuno sapeva, nessuno sospettava nemmeno lontanamente.
Il grosso frigorifero era davanti a lui e lui aveva fame, ma non si decideva ad aprirlo.
Chiedeva sempre a Lisa di prendergli qualcosa, come era carina Lisa, giovane e sensuale con quei vestitini trasparenti che lui gli aveva comperato.
Ora però, ora era solo doveva aprirlo lui il frigorifero.
Un rivolo di sudore gli scese lungo la schiena, nonostante l’aria condizionata, nonostante tutto il benessere da cui era circondato.
Aveva un buco nella stomaco e doveva aprirlo quel frigorifero.
Il dottore gli aveva spiegato che era solo la sua immaginazione, che doveva vincere la sua paura, che lui era un uomo forte che era un uomo potente.
Aprì il frigorifero con gli occhi socchiusi, sperando e pregando che non vi fosse quello che la sua mente sapeva di trovare.
Il frigo era spazioso, con mille cose pregiate divise in scomparti ordinati.
Bontà culinarie provenienti da tutto il mondo, tutte le cose che potevano piacergli o che potevano piacere ai suoi ospiti.
Maledizione era li.
Proprio al centro e lo stava guardando con quegli occhi piccoli e crudeli.
Il grosso ratto di fogna stava rosicchiando un pezzo di formaggio e lo stava fissando dal terzo ripiano del suo frigorifero.

 





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13/06/2009





Il drago che abbiamo dentro



Ovunque andrò, avrò occhi per te, labbra succulenti in ci affogare l’insaziabile ardore della follia, da poter scaricare dappertutto ci sia un alito di vento focoso, come il mare nel suo sciabordare infinito, e in quella immensità cercare altrove un io da controbattere ai tanti io di passaggio, a cui faccio autostop. Senza contare il divino delle ninfee in una fontana, che schiudono al baluginare del giorno i propri petali, per chiuderli quando invece perisce ad occidente l’astro divino del fattore dell’universo. Ma è proprio vero tutto ciò? Non spetta a noi dirlo, noi siamo soltanto spettatori paganti delle sofferenze a cui ciascuno è destinato a sopportare. E se uno dicesse, non voglio portare la croce, voglio spassarmela la vita, dove sta scritto che io debba soffrire. Io, tanti io, che conducono al baratro dell’esistere, perché il vero uomo è debole e ne è consapevole di questo. Guai a chi si ritiene forte da attaccare il drago dentro di noi, il drago noi lo dobbiamo addomesticare, non combatterlo. Bisogna allearvisi, farselo amico, mai controbatterlo. Perché la battaglia più dura è quella con il drago che abbiamo dentro.





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12/06/2009





I finti malati



In un giorno senza tempo anche io sarò mescolato nella fossa comune di chi non c’è più, e allora albeggeranno le aiuole del pensiero e le viole mammole e sempre mi ricorderò di questo tempo in cui avevo tutto e niente e soprattutto mi ricorderò di chi sapeva troppo dare e in cambio riceveva insulti, perché lui voleva assomigliarle e non ci riuscì mai. Oh rimarranno solo le parole, mentre lei faceva atti concreti e manifestava con atti concreti ciò che diceva, io uso le parole e mi limito ad esse, ma bisogna pur concretizzare una parola, una idea, un ideale! Ieri per la prima volta non mi hai potuto aiutare, ed io sapendo quanto amore nutri per me, è stato un campanellino d’allarme per come sei ridotta con la tua vecchiaia. Oh il cielo continua ad essere terso, ma dentro di me è tutto opaco e tale opacità mi ottenebra la mente e non la fa ragionare. Dopo tanti anni di aspettativa che mi sono concesso, non ha fatto nulla per crescere in società, e ancora mi sento più estraneo che mai. Come vorrei aiutarti Alberto! Ma Alberto non è il centro del mondo su cui ruotano tutti gli altri. Prima vengono i bambini e i loro dolori nei reparti di oncologia, poi gli anziani, i malati e i finti malati, i depressi psicotici, vengono per ultimi.





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10/06/2009





Il giusto di riserva



Dell’eterno scalpitio del tempo voglio colloquiare con lo spazio debordato dall’infinto in silenzi aldilà del cosmo, e tutto si mescola nello sciabordio delle onde che racchiude in sé l’infinitesimale andirivieni del ticchettio del pendolo. Tutto è coordinato da una Entità a cui dobbiamo volere, e volare oltre ciò che ci è di fronte, e alzando e innalzando l’azzurro terso noi confondiamo l’orizzonte in un unicum, a cui dobbiamo volere, e volare con un aquilone senza fili nella memoria di miliardi e miliardi di anni luce per l’universalità di chi si è manifestato aldilà di ogni tempo e limite, non dimenticandosi di noi mortali, e anzi si è incarnato in un grembo umano, uccidendo in sé il peccato originale, e ha fatto un cammino durato tre anni  al quale ha dato materiale per diffondere l’oralità, e a Patmos si è rivelato in una apocalisse oltre il significato della stessa vita, e il silenzio del vegliardo apostolo tanto amato in vita da Gesù, a cui aveva affidato sua madre, la chiesa, si è trasmutato in un grido apocalittico, perché giungesse agli orecchi di tutti gli umani, fin oltre la morte, a cui è affidata una speranza messianica di salvezza. Che cos’è una rondine se non il grido di libertà di chi non tocca mai il suolo? Eppure l’ho vista per terra morta non so da quando! Il cielo garrisce questa mancanza e guai a chi ha ucciso un uccello voluto da Dio a significare la Sua partecipazione alla vita. Che cos’è la vita se non fornire insetti alle rondini. A questo siamo chiamati. E se non sono rondini, sono uomini bambini, tutti quelli che incontriamo sul nostro cammino di peccatori in cerca di una redenzione che verrà quando Iddio lo saprà, basta invocarlo, e lui che provvede alle rondini, provvederà anche a noi che siamo stati procreati a sua immagine e somiglianza. Quando verrà sulla terra Iddio troverà un giusto sulla terra? E se proprio il giusto l’abbiamo crocefisso, e tutt’ora lo crocifiggiamo, perché non amiamo il prossimo? Dieci giusti ci saranno! E se anche fossero tre, per quei tre giusti sarà salvato il mondo. Da che? Dall’ingordigia, dalla fame, dalla sete, dalle potenze. Uno giusto lo troveranno, ce n’è sempre un giusto di riserva. Anche se farà la stessa fine dell’altro giusto, il mondo sarà salvato, perché anche il giusto di riserva era buono, lento all’ira e ricco di grazia. Il giusto di riserva si troverà sempre, perché in ogni tempo e in ogni luogo, Qualcuno di veramente grande, farà nascere il seguace, il folle di Dio, che preferì il martirio alla vita, la lapidazione alle carezze, l’ingiustizia alla giustizia.





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- albertoteodori -

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07/06/2009





Altro da sé



L’altro? Dando troppa importanza all’altro ci si dimentica di se stessi. L’altro può diventare anche talmente irraggiungibile da sentirsi impotenti a controbatterlo. Quando si sta in due tutto va bene, ma poi viene l’altro e ti reca soggezione e ti spiazza e ti condiziona. E non sei libero come lo eri prima che eri con due. Specialmente in una classe dove gli altri sono trenta e il professore ride di te. E tu a sedici anni lo rincontri in uno studio notarile, e non ci capisci più niente, sai che hai tanta confusione e un padre in Africa e una madre che ti toglie qualcosa, ma lì per lì non lo capisci, lo capirai più tardi quando ti toglierà la parte essenziale per una crescita: l’amore verso se stessi. Quando noti che l’altro ha più valore di te stesso e il suo giudizio verso te stesso ti condiziona a tal punto da farti perdere la testa, allora vedi che in te qualcosa non va. Ma chi è questo altro? Quello che non riesci ad essere tu, allora si va nella totale schizofrenia, e dopo uno sforzo inaudito riesci a comprendere te stesso, allora crolla la totale impalcatura, qualcosa sai fare, sei il re della conservatoria, ma poi l’invidia subentra e c’è lo spettacolo spettacolare. Chi è l’altro? Quando manca un punto di riferimento come la figura paterna l’altro diventa una figura che vorresti che fosse a tua immagine, lo studioso, quello che hai fallito, facendolo, o tentato di farlo. Uno sdoppiamento della personalità, quello che vorresti tu fossi, e quello che in realtà sei. Chi sei in realtà? Un poeta. Che ha avvicinato molti poeti su carta stampata, e soprattutto tanti fallimenti, che ha più volte superato, con l’ausilio di vari fattori, non ultima l’autentica amicizia con dei grandi personaggi della cultura italiana.





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- albertoteodori -

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06/06/2009





Val di Foro



 

Se riuscissimo a scrivere davvero tutti i nostri pensieri, tutti quelli che non riusciamo a portare sul carta, se ne fossimo capaci diventeremmo davvero dei grandi scrittori.
Così pensavo percorrendo la Val di Foro da Francavilla al Mare andando vero Chieti, con Francesco, già perché oggi è sabato e almeno sabato il più piccolo dei miei figli esce.
Chiamare piccolo Francesco è un eufemismo, si è vero ha quasi 17 anni solamente ma è quasi 190 cm e tra una settimana prende la cintura nera di Karate.
Sempre a mettere i suoi cd fregandomi ogni volta, “dai papà”.
Mi hanno detto che le ragazzine gli vanno dietro, ma per fortuna Francesco è ancora un ragazzo e non corre come molti suoi compagni, voglio che rimanda così quel disgraziato rivoluzionario che mi considera un moderato, a me.
Già lui non crede molto alla mia militanza nel movimento studentesco o forse fa finta.
Vento oggi, un vento caldo lungo la Val di Foro e il vento mi fa sempre pensare, forse troppo, poi finisce che rompo le palle a Daniela e la faccio lavorare pure di sabato pomeriggio e se mi becca Matteo suo figlio mi strozza poi.
Già vento e io che penso al lavoro, al progetto enorme che ho in mente con i miei ragazzi con Sandra che mette sempre i piedi a terra e fa bene.
Una bella squadra quella che stiamo costruendo pezzo dopo pezzo con tanti soldi e con debiti e scoperti ma so che alla fine riusciremo a conquistare un mercato di cariatidi taccagni che non spendono mai una lira per quelli che lavorano con loro.
Dubbi e paure con la vita delle famiglie sulla mia coscienza, sperando che Marcello ritorni quello di prima, ma sono sicuro che ci riuscirà.
Poi queste ragazze nuove da inserire e Loredana che si è scoperta alla sua età consulente con me, rinunciando pure a tante offerte.
Vento caldo a piegare le fronde e uno scemo che si mette in mezzo alla strada, il solito cretino che non sa guidare e fa pure il prepotente.
Chieti bloccata per una corsa campestre cittadina, Francesco che scende e prosegue a piedi.
Quanto sono belli i miei figli e c’è sempre il solito che dice che per ognuno i propri figli, lo dici solo chi non li ha visti, perché chi li ha visti dice solo che si, sono davvero belli.
Si mi piacerebbe scrivere quello che penso davvero, i ricordi in mente, i segreti di ogni vita, di tutte le vite intese che ho vissuto e che vivo.
Mentre questo vento caldo piega i rami e io metto la radio, ascolto Celentano, poi la Pausini, poi, poi la vita che scorre come questa strada che chiamano…val di Foro.





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- hariseldom -

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05/06/2009





Tu ed io



Tu ed io, nient’altro che tu ed io, sui sobborghi delle città, o in periferia, in quei bar squallidi dove si beve un caffè soltanto di passaggio, eravamo tanto ingenui allora, credevamo a tutto e a tutti, come quella volta che ti facesti aiutare a fare la spesa da quell’estranea e diceva, ormai siamo amiche, abitiamo nello stesso palazzo, e non vedemmo l’ombra di quella spesa. Io volevo aiutarti nelle faccende di casa e una volta per appiccare un quadro, è partito un pezzo di muro. Abitavamo a Milano, nella lontanissima periferia, ero un correttore di bozze e di libri ne passavano tanti, tu eri nel design e nella pubblicità, dal lavoro si tornava tardi e le nostre cene erano mezze colazioni. Però stavamo bene insieme, il sabato pomeriggio e la domenica eravamo in perenne luna di miele. La giovinezza ci sorrideva allora e non ci pesava alzarci alle cinque e trenta per andare in centro alle otto. Pensavamo solo a noi due e i contorni della vita li lasciavamo al desinare, quando tornavamo a casa distrutti dai mezzi e dal lavoro. Si respirava un’aria angelica e tu con quel caschetto biondo sembrava che sempre ti serviva per andare in moto, ma erano soltanto i tuoi capelli, ed io ero calvo, facevo la barba quando mi ricordavo, perché di tempo non ce n’era, ma eravamo tu ed io, e il resto non contava. Era soltanto il contorno, la vera esistenza era per noi due.





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04/06/2009





Io ho trovato te



Io ho trovato te, in un accendino, in un profumo, in un cucchiaino per i nostri servizi da caffè, che prendevamo al boulevard Saint Michel, e mai eravamo puntuali o tu arrivavi troppo presto o io troppo tardi e insieme facevamo delle matte risate sui passanti, come uno schermo che passa davanti al cinematografo. Eravamo fatti così, niente prendevamo sul serio, le tante tasse, i tassi sul salario e i tassì che passavano, e noi non avevamo i soldi per pagarli. Ricordati cara, mi dicevi, vedi io sono come un coltello che si prende sempre dalla lama, un giorno mi farò male. E ti facesti male, andasti in ospedale, io ero con te, tu eri in coma, io non  ti volevo lasciare mai, I nostri ricordi non si fermavano soltanto alle quattro del pomeriggio, un giorno mi dicesti, voglio passare con  te l’intera vita, soltanto bisognava ben definire cosa potesse significare l’intera. Per te che vivevi di piccoli attimi non poteva esistere la parola intera, potevi riferirti ad una ora, una intera ora, e la tua intera vita era questa, tolta la tua depressione in cui mescolavi tragedia e amarezza. La depressione era la tua intera vita, poi all’improvviso una folata di vento passava e tornavi allegro ed erano quelli gli istanti migliori della nostra vita. Quando non ti caricavi di troppo peso eri leggero e si poteva chiacchierare con te allegramente, ma quando ti caricavi di zavorre allora si toccava il fondo. Io te lo dicevo butta dietro alle spalle, scrollati di dosso le amarezze. Basta un niente per ricominciare daccapo qualcosa che non ti va per il verso giusto. Basta attendere il momento giusto. Perché caricarsi di tanti perché? Vivi alla giornata e divertiti, e aumenta il capitale adducendo il cambio incontrovertibile del guadagno viaggiando verso le stelle caduche della notte di San Lorenzo, giorno beato, quando tutto è buio, incontrare il disco orario delle dodici, e quando sono le dodici e trenta, tu dille che in quella mezz’ora hai aiutato qualcuno a vivere, magari con una barzelletta, e la guardia ti crederà e ti metterà due multe, una per la contravvenzione e una per abbindolamento di un pubblico ufficiale, così passerai al torto marcio, tu che in quella mezz’ora veramente stavi aiutando te stesso a vivere credendoti meno pazzo di quello che in realtà sei, e sappi, che in questo mondo nessuno ti regala niente gratuitamente, soltanto la follia non si compra al mercato, quella viene dando retta troppo alle fandonie che si dicono e, molto spesso, si scambiano per verità.





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02/06/2009





Corro dietro ad un refolo di vento



Corro dietro ad un refolo di vento, e le foglie si muovono in danze omogenee. Tutto brilla d’incanto se ci sei tu ad inventare questo cielo, perché a me sembrerebbe tutto normale, ma se accanto a me, con lo sguardo ci fossi tu, io guarderei il mondo con gli stessi tuoi occhi, e diverrei per te ogni cosa, perché tu ogni cosa sei capace di fare, e lontano nel tempo ti ricorderai di un tipo strano che era sempre in silenzio, ma parlavano i suoi occhi e tu parlavi ed io ascoltavo il lento tintinnio d’ali riverberate di sogni campestri, come quella volta quando dividemmo la nostra vita in una sola parte, quella tua, ed io mi sono accodato in questo lavorio delle mezze stagioni, dove o piove, nevica, grandina o fa un caldo infernale. Ah se ci fossi tu a dividere i miei sogni, te li lascerei tutti, naturalmente i migliori, quelli in cui sconfiggi il nemico, e sempre d’abbattere. I tuoi occhi profondi come il mare, li vidi sott’acqua,  ed erano perle e parlavano d’amore. Ti ricordi quel foulard che ti regalai tempo fa e lo indossasti per le date importanti? Oh com’è aleatoria la vita! Oggi ci sei, e magari domani prendi il volo. Come vorrei trattenere il tempo! Ma è come trattenere il vento, e corre veloce sulla barca a vela. Oh se tutto fosse argentato come lo è il mare reso scintillante dal sole! Ma tutto passa. Un giorno, da bambini, un mio amico ed io giocammo a moscacieca, la mosca c’era, noi le togliemmo gli occhi. Ma perché il tempo cambia i connotati della gente! Un anno fa eravamo diversi, e con chi te la prendi? Si cresce, si matura. Ci si evolve. Si lascia, si riprende. Chi resta indietro non matura, non cresce.





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31/05/2009





Il mondo è attirato dal bello



Il mondo è attirato dal bello, che è, che diviene verità. Il mondo vuole la verità, e la trova non nelle chiacchiere, nelle ciarle dei bar il sabato sera, il mondo ha bisogno di credere veramente che un uomo, seppure di natura divina, si è presentato al mondo in forma umana, è vissuto sulla terra nutrendosi come noi, ma senza mai peccare, così dice San Paolo, perché aveva una missione da compiere, dire, fare, la verità, perché soltanto attraverso di essa, si raggiunge il Padre. Gesù dice: io sono la via la verità la vita, chi crede in me avrà vita eterna. Queste non sono chiacchiere, tutto è stato testimoniato da migliaia di carte, pur avendo scritto Gesù Cristo soltanto sulla sabbia. Il bello è il cielo terso, e noi ne siamo attratti. Il bello è una gita in campagna, il bello è la montagna d’estate e vedere da lassù un panorama stupendo. Perciò la cosa bella attrae e la riporta ad una dimensione spirituale. La bellezza è anche sofferenza, perché l’amore verso una donna porta l’uomo anche a soffrire. L’amore verso gli altri porta necessariamente ad una crocefissione, ma soltanto un Amore totale, univoco e autentico. E cosa c’è di più autentico nel dono della propria vita all’altro? E l’amore verso una donna, se autentico porta necessariamente alla sofferenza, quando se ne sente la mancanza. L’amore vero è dono di sé verso la donna amata fino alla morte, come nel caso di Gorz, dove nel libro lettera a D. l’autore pur di non vedere soffrire così tanto la donna amata escogita un duplice suicidio, che è un puro atto d’amore in versione romantica, ma dove il romanticismo non è melenso e svenevole, ma un puro atto di forza nel dare all’amore il grido di vittoria sulla morte, avvenuta subito dopo questo grido forte e passionale di vero amore. Infatti prima di morire l’autore fa la storia del proprio amore, di complicità che si fortificava di giorno in giorno in una continua avventura che era il loro amore, che doveva per forza restare puro, senza atroci sofferenze della moglie, a cui lui le annienta, causandole la morte, perché la stessa morte non abbia il predominio sul ricordo che doveva restare tale, puro, autentico. Il suicidio, condannato ante litteram dalla chiesa, mi trova concorde nel vero contenuto dell’atto di levar la mano su di sé: è un puro ultimo atto di vita. La chiesa condanna tutto, è la vera civiltà della scelta tra la vita e la morte, quella non condannabile da nessuno, in quanto scelta, non è da condannare. Levar la mano su di sé è un vero atto ultimo di civiltà che nessuna fede professata può tentare di rendere persecutoria. Il dono della vita? dice il poeta, è funesto il dì natale. Come possiamo noi condannare chi si suicida? Soltanto suicidandosi noi stessi. Il progresso della tecnologia porta la tecnica allo stato puro, e perciò alla solitudine, che è premonizione al suicidio di massa. Questo mondo così come sta andando ha polverizzato l’autenticità della vita, rendendola solitaria, e perciò soggetta al suicidio. Il bello ora è artefatto dalle manipolazioni digitali, la vera bellezza in quanto elevazione dello spirito è crollata.





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30/05/2009





La vita non è una passeggiata



La vita non è una passeggiata, è una scommessa con se stessi sul dover perdere sempre qualcosa,  è come se avessi mezzo quintale di farina sulle spalle, e mi servirebbero intatti quei 50 chili, ma per strada li perdo, vedo una scia dietro di me di una perdita continua di farina, e per arrivare alla cima ce n’è di strada da fare, anzi quando mi fermo per sostare, per stare tranquillo, ne perdo ancora di più. E’ una grande fatica con sulle spalle almeno quaranta chili di farina, eppure è preziosa la farina, non si raccoglie mica per strada. 50 chili erano una bella cifra, e adesso che ho perso dieci chili mi mordo le mani d’averle perse. Io adesso troverò qualcosa su come occupare il tempo, pensare a quei dieci chili che ho perso, senza contare che ne sto perdendo ancora, e la strada è lunga ed è sempre di più in salita. La farina mi serve per fare le focacce d’inverno, ora che siamo a settembre sto portandola al mio rifugio dove passerò l’invernata.  Va bene che ho portato già tanta roba con la macchina, ma la benzina l’ho terminata, e quindi starò a secco sia di farina, sia di benzina. Però che stupido sono stato potevo andare a folle in discesa con la macchina, oppure sono tanto folle dal non averci pensato? Propendo per la seconda soluzione!





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29/05/2009





Crescete e moltiplicativi



Vorrei tanto approdare al porto più vicino, perché navigare in alto mare con una barca a vela lunga quindici metri, si rischia di venire ripiombati a picco da cavalloni alti come palazzi di quindici metri, senza contare lo sforzo di stare irti sulla vela con tutto il proprio corpo. E’ un’impresa che logora i nervi e la psiche. Vorrei tanto guardare da lontano il mare senza esserne inghiottiti, anche se lì senti l’adrenalina solcare tutto il tuo corpo, e rischi di sentirti invincibile, ma basterebbe un piccolo errore, una distrazione per fiondarti sotto il livello del mare, barca e navigatore solitario. Eppure c’è qualcosa di magico nel periglio che ti avvince anima e corpo. Sono le tenebrose scaglie di dolore da cui vorresti sfuggire, ma sfuggire non puoi, perché rappresenti una infinitesimale parte del tutto. E’ la catena umana che ci avvinghia l’un con l’altro in un’estasi d’amore e di pace di cui non potremmo fare a meno, perché siamo umani, perciò deboli in una etnia che via via sta scomparendo, mi riferisco a chi la seconda guerra mondiale l’ha subita in modo vertiginoso e quindi da far scontare anche ai figli, finché esiste questo motto, le colpe dei padri ricadono sui figli. Guai a voi ventri che avete avuto in grembo i figli nati dopo la guerra, dove non c’era niente per sfamarli e ora voi dite, è accaduto, non possiamo farci niente. Ma   come! Voi avete concepito figli subito dopo la guerra? Quando c’era la carestia? Sulla Bibbia sta scritto, Crescete e moltiplicativi!





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28/05/2009





Il ricongiungimento



C’era una volta uno scrittore che non riusciva più a scrivere una sola riga di un foglio bianco, ne era ossessionato, l’editore avrebbe offerto ben ventimila sterline, che, a quel tempo, erano una grossa somma di denaro. Lo scrittore era ben agiato, andò a fare un giro per il resto d’Europa, lontano dalla sua villa nei pressi di Londra. Andò nei salotti letterari di Parigi dove era ben conosciuto. Poi andò in Germania, ma  non trovo nessuno spunto, arrivato a Roma, al caffè Greco, notò una donna che gli ricordava qualcuno, e infine azzardò l’impresa:

-lei è la contessa De Vigny?

-eppure le somiglia a tal punto che sfido chiunque a notare la differenza.

-non accetto al mio tavolo sconosciuti.

-scusi mi presento, sono lo scrittore Bartoldi, di lontane origini italiane, ma come può vedere vivo a Londra, intanto le aveva offerto le sue credenziali.

-sta cercando al caffè Greco nuove idee per il suo nuovo romanzo?

-lei non comprende, con la contessa De Vigny ho avuto una relazione e voi le somigliate come due gocce d’acqua, guardate la sua foto.

- ma quella sono io, no ma non ho mai indossato tali abiti, mi scusi mi è venuto un gran mal di testa, usciamo fuori dal locale. Deve sapere che io ho una sorella gemella in Gran Bretagna, e non la vedo da moltissimi anni.

-sapete chi mi può aiutare?

-mia madre, la baronessa De Rochelle.

-dove abita?

-dietro di lei, al 46 di Via dei Condotti.

-Bernadette mi fece strada e alle 18.00 rivedo la contessa DeVigny, ora De Rochelle.

-come hai fatto a trovarmi?

-allora Bernadette, è nostra figlia.

-il conte De Vigny scoprì la tresca fra noi due, e la creatura che portavo in grembo non poteva essere la sua, e così mi liquidò con un altro cognome e una casa al centro di Roma, così che non si poteva dire che lui non fosse stato generoso nei miei confronti, e soltanto io ero la causa della nostra separazione. Allora intervenne Bernadette:

-ma tu mi avevi detto che avevo una sorella gemella chissà dove e mi ritrovo un padre.

Alla fine si abbracciarono tutti quanti in un abbraccio che conteneva speranza nell’avvenire di una famiglia riunita dopo tanto dolore.  





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Una casa di campagna



C’era una volta una casa di campagna, il padrone si chiamava Antonio, la moglie Stella e le due figlie Luisa e Giada, la prima faceva la terza media e la seconda, la prima media al paese vicino. La mattina andavano con il pulmino e tornavano verso le tredici e quindici. Il capo mastro aveva un bel da fare tutto il giorno a seminare piantare e raccogliere ortaggi. Lavorava soltanto lui e la moglie faceva la sarta, ed era molto brava, avevano anche galline conigli e pecore per il formaggio, e a questo ci pensava la moglie. Ci si voleva bene. Finita la terza media Luisa frequentò le superiori ginnasiali e qui cominciarono i primi problemi. La ragazza venendo da una famiglia di contadini non era esperta come i ragazzi di cittadine dove c’erano discoteche e ritrovi a non finire e Luisa era la vittima predestinata di tali scherzi. Si rinchiudeva in bagno e piangeva fino a non poterne più, cioè fino a che Katia, la sua amica futura la difese dagli attacchi dei maschi. Luisa, difesa da Katia riprese la stima di se stessa e cominciò a studiare alla grande tanto da diplomarsi con il massimo dei voti. Per l’università Luisa scelse una città distante dalla sua casa, che, però non dimenticò mai. Si fece delle regole e studiò all’impazzata, laureandosi con il massimo dei voti. Dopo la laurea scelse di rimanere un po’ in città per non affaticarsi con il viaggio, e scelse una pizzeria come luogo di festeggiamento, ma ahimè quella sera era da sola a festeggiare un evento tanto importante. Si mise a sedere su di un tavolo e, strano a dirsi ci fu un ingresso dopo l’altro che il gestore dovette gettare la spugna e mandare i clienti fuori dal locale, ma un tipo strano lo mise a sedere proprio al tavolo 23 di Luisa. Questa per quanto era sconfortata di dividere il tavolo con uno sconosciuto quasi voleva andarsene via, quando lo stesso disse:

-senta per favore non mi faccia angosciare più di quanto non lo sia ora, se adesso se ne va mi getterà nello sconforto più totale, lei non sa chi sia io ed io mai vorrò sapere chi sia lei, ma la prego non mi lasci nell’oblio di me stesso.

-perché non posso abbandonare questo tavolo? Che diritto ha lei su di me?

-casomai io dovrei abbandonare il tavolo, perché lei c’era già su questo tavolo, ma il gestore ha voluto che io la incontrassi, io adesso dirò vado via? Se entro cinque secondi lei non dirà sì, vorrà dire che potrò restare.

-lei è furbo.

-furbo io? I poeti non sono mai furbi, prendono sempre grosse fregature.

-perciò lei è un poeta, mi dica com’è la vita da poeta?

-ho una pensione, vivo di quella, poi i libri che pubblico li pago io.

-ma come non ci sono gli editori che danno soldi?

-lei è la prima ragazza ingenua che incontro, si vede che lei è pura e piena di candore, il suo ragazzo è fortunato.

-non sono fidanzata.

-ah se avessi vent’anni di meno…

-che farebbe?

-le farei la corte, le canterei le serenate al chiaro di luna, lei assomiglia tanto alle ragazze di una volta, questo è il mio biglietto da visita, se tante volte, ma è meglio che me lo ridia indietro.

-no, lo voglio tenere, conoscerla per me è stato un piacere.

-ecco l’hotel  San Gallo, il Signore l’accompagni sempre, addio mia cara Luisa.

 

 

 





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25/05/2009





Oltre le colonne d'Ercole



Vorrei tanto resistere ed esistere per le intemperie della vita, quando andrò oltre le colonne d’Ercole e non sarò protetto da nessuno, se non da me stesso. Quanti marosi incontrerò, essi saranno alti dieci quindici metri ed io con la mia barca a vela resisterò? Resisterò ed esisterò per dare un bacio di buonanotte a quella compagna che mi ha scelto fra tanti e ha scelto me che sono il più disgraziato, destinato a soccombere, perché oltre le colonne d’Ercole non troverai nessuno ai campanelli di tanti palazzi come sono le onde. Oh Stella, in un mondo dove la cattiveria ti entra anche fra le scarpe, perché magari guardando il cielo terso incontri la cacca di un cane, il cui padrone ha sorvolato sugli escrementi del proprio cane, essendo lui più cane di chi porta al guinzaglio, resisteremo ed esisteremo? La vita è un dono prezioso e ti mette alla prova, ma io sono già provato dalle troppe ferite lanciatemi al mio cuore dolce e alla mia nuca fragile? Ma Stella, resisteremo ed esisteremo? Oh come vorrei tornare bambino! Avere tante coccole, ma fossero quelle che ci hanno rovinato l’esistenza? Quando avrò il pelo sullo stomaco e dire no! Non ti permetto di fare lo stronzo, perché te la faccio mangiare a colazione pranzo e cena la tua merda brutto stronzo. Quando mi farò rispettare e non abbasserò gli occhi di fronte a nessuno? Questo quando? Oh santi numi, bisogna forse morire per farsi rispettare da qualcuno? Quanti sorrisi di sufficienza ho ricevuto? Come per dire ho tentato. Solo a farsi male e a far male, perché nessuno è perfetto, ma le lacrime che piango sono le mie, gli altri ci sanno fare, loro si destreggiano bene in manovre di retromarcia. Tanto sono sempre io il perdigiorno, quello buttato o andato via da un ufficio dove tutti avrebbero messo tutte le firme per restarci. So soltanto che non sono adatto a vivere una vita normale, perché normale non sono, sono strano, straniero a questo mondo dove tutti hanno una collocazione ben definita, io sono di passaggio da tutto e da tutti. Sarò fatto male io, forse non dovevo nascere, forse non sono adatto a questo mondo di sfruttati e di sfruttatori, io ho il merito di non stare da nessuna delle due collocazioni e perciò devo dirmi fortunato. Vorrei essere gettato in una fossa comune, così non si possa ricordare di esserci stato in questo villaggio globale chiamato mondo che ingloba di tutto e di tutti. Fate quello che volete, ma non voglio essere avvisato di quello che fate, fatelo per conto vostro e se vi sono di peso, pazientate ancora un poco, che presto o tardi mi toglierò dalle scatole, perché non mi voglio bene e a chi non si vuole bene capita prima o poi qualcosa di sconveniente, eppure amo mia moglie, è la sola cosa al mondo a cui tengo di più e di cui non potrei fare a meno, perché con lei ho vissuto la mia esistenza più bella e significativa.





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Ma perché sono fatto così male



Quando sarò parte della natura mi desterò all’aurora di ogni giorno e lo santificherò con il sudore della fronte, perché si adempi così il comandamento che ho trasgredito per parecchio tempo e coglierò i frutti dentro la mia cesta di dolore, e se sarò accolto entrerò a portarvi gioia, dove non sarò accolto non porterò gioia né dolore, perché finalmente sarò cresciuto dopo aver ricevuto tante di quelle bastonate da far morire un uomo ferito da tante frecce invisibili, quelle che fanno male e sono le parole gratuite di tutti i giorni, compresi i buongiorno e i buonasera detti controvoglia tanto per non essere scortesi dentro un ascensore, poi quando la stessa persona la incontri per strada finge di non vederti. E allora tutti nei condomini a far fracasso fra tanta gente allineata e coperta da un lenzuolo d’estate. Oh mamma com’è dura la vita dopo aver subito tante coccole da te che mi hanno reso fragile come un cristallo, e se un refolo di vento passasse io cadrei tra la raccolta differenziata come pacco fragile da tenere verso l’alto, ma quando sarò caduto ancora dopo tante volte e raccolti i pezzetti di vetro, e rimessi a nuovo dovrò stare in una campana di vetro, perché sul mercato i cocci rotti non hanno nessun valore, e nessuno avrà la pazienza di ricomporli uno ad uno, ci riuscirebbe soltanto mia moglie che mi adora nonostante il mio disagio psicologico, nonostante non faccia niente per migliorarmi, nonostante la mia fragilità. La neve assomiglia tanto al polistirolo e mi troverei bene a cadere, ma sono soltanto un numero fra i tanti, e i migliori sono venuti prima e vedono il panorama meglio di chi viene per ultimo. Chi non si alza è perché ha scritto tutta la notte barzellette che racconta al bar del sabato sera, quando non c’è il cantante e mentre lui va in ferie, l’altro interviene, ma non ride nessuno, perché le sue sono barzellette strane, piene di malinconia e quindi non trova lavoro, e va da un bar all’altro, però gli offrono sempre un brandy, e perciò chi racconta barzellette al sabato sera dopo aver girovagato tutta la notte e bevuto, si mette su di un ponte di una città a caso, e siccome c’è un piccolo fiume sotto, interviene una signorina che dice alle tre di notte allo sconosciuto, la prego non si butti di sotto e tanto più che lo vede barcollare, gli domanda dove abiti e lui per tutta risposta le dice, io sono un girovago d’estate, il sabato racconto barzellette a tutti i bar che incontro, ma non ride nessuno e mi cacciano, ma prima di farlo mi pagano con un brandy. Quindi lei è scontento della vita che conduce e si vuole suicidare? Non lo faccia la prego, venga a casa mia, io sono rimasta sola la posso custodire fino a domani. E domani l’altro io che farò? Lavorerà no? Sono in pensione io. E come mai ha poco più di cinquant’anni ed è già in pensione, le troverò un posto come magazziniere io. Cosa? Lavorare io? Non sopporterei ambienti di lavoro dove ci sono cattiveria e arrivismo, voglio tornare a quel ponte, almeno sentivo il torrente cantare lieto.  





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22/05/2009





Una persona speciale



E se la notte ti porterà a volare oltre i confini spaziali tra cielo e terra, io ne sarò felice, perché tu avrai trovato la strada che conduce all’essenza, e niente può scalfire questo raggiungimento. Per le strade di New York tu camminerai anche scalza e nessuno lo potrà notare. Vai sempre oltre ogni significato e significante, ti troverai a passeggiare tra i boschi di abeti sulle montagne alpine e là troverai ristoro ai tuoi occhi. Io ti guarderò da lontano mentre t’accingi a camminare verso sentieri oscuri della propria anima, e là, potrai trovare la luce divina che ti allargherà lo spazio della mente, perché entrerai dentro te stessa e vi sosterai a lungo, e farai luce con la chiarità alle tante cose oscure che ti possono capitare. Ma tu dentro di te sei lucente come uno specchio e lo rifletti sul circostante. Sei pulita dentro, perché nessuno ti potrà minacciare, sai difenderti dalle insidie di ogni specie, perché possiedi la grazia e l’aurora è dentro di te. Affronterai ogni tipo di realtà a cuore aperto, anche nel mezzo di un deserto, e sempre te la saprai cavare, perché sorretta da un anelito d’amore che è paradisiaco. E volteggiando tra miliardi di aquiloni, tu incontrerai il tuo, e dagli molto filo, perché lo spazio è infinito, e ogni cosa ha bisogno di respirare, di prendere coscienza dentro di sé, di essere una persona speciale. 





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- albertoteodori -

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21/05/2009





Soltanto per te



Ho frantumato arcobaleni e ho costituito prati in fiore illimitati, soltanto per te. Ho scavalcato montagne inviolabili, soltanto per te, ho la poesia  in fondo all’anima, soltanto per te. Ho navigato con una barca a vela di quindici metri sfidando le intemperie di Nettuno, soltanto per te. Ho colto l’aurora con tanto amore e te l’ho portata a colazione con un caffè, soltanto per te. Ho visto cattedrali con dentro miliardi di candelabri accesi, per una distesa enorme di chilometri e chilometri e ho pregato, soltanto per te. Ho una conchiglia marina per sentire il rumore delle onde marine, e il tuo cuore che battono all’unisono nell’universo e soltanto per te. Tutte le cose più belle e il loro canto t’appartengono, perché esse cantano per un cuore che danza armonie universali, e bere una bottiglia colma d’universo significa universalizzarsi verso i paradisi arcani della mente. Ho letto fiabe e leggende che parlavano di te e tu eri la protagonista del bene che combatte il male, e vincevi sempre tu, per te soltanto. Ho visto Nosferatu che di fronte a te è diventato dolcissimo, perché lo accecavi con lo sguardo della luna, quando passeggiavi la notte. Io non posso farci niente, tu esisti da sempre in questo pianeta per recare gioie infinite, perché chi ti conosce veramente può soltanto abbeverarsi alle acque dell’infinito che soltanto tu sai dare. Ho avuto la fortuna sacrosanta di conoscerti, e voglio cantarti una canzone di Battiato fatta apposta per un essere speciale, perché avrò cura di te. Abbi cura di te e dormi sogni innevati dalla tua freschezza, perché tu odori di paradiso e soltanto devi stare attenta, perché il mondo sa essere malvagio, ma tu sconfiggerai il drago come fece San Giorgio, il drago che rappresenta le nostre chiusure mentali, i nostri peccati, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre angosce. Tutto si compirà secondo i tuoi voleri e si canteranno in tutte le chiese all’unisono  i più grandi  Alleluia della storia, perché un essere celeste fa parte di noi miseri mortali. Per la tua gioia, la tua freschezza, la tua limpidezza, la tua grazia, tu non potrai morire. Tu vivrai mentre lancerai una freccia a ferire il tramonto e il sole si fermerà, perché tu lo avrai reso umano e pieno di pietà si fermerà, perché soltanto tu potrai parlare e colloquiare con le divinità di ogni tempo e spazio, perché tutti ti daranno retta, e quando si fermerà il tempo, tu scenderai dal tram della vita e scenderai alla fermata beatitudine, e si concluderà così il tuo soggiorno su questa terra dove tutti passiamo via di corsa, perché tu possa ritrovare ciò che hai lasciato di indelebile sulla terra. Soltanto per te.





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- albertoteodori -

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Grigio sul cuore



Piero è romano. Nato nel 1962, lavora nel campo del controllo di qualità e abita a Via Pavia. Non nel mio palazzo, di fatto sono il più vecchio e faccio da mamma oca ad una tribù di studentelli della Bocconi, ma poco più di trenta quaranta metri da questo. Anche lui conservatore.

L'ho conosciuto un paio di mesi fa, prendendo il caffè al solito bar di Corso San Gottardo. Riconosci l'accento, il Messaggero sotto braccio e cominci a parlare della Lazio e della Roma. Del clima insopportabile di Milano e delle stranezze dei suoi abitanti.

E visto che i quiriti in terra straniera tendon a far gruppo, per sfuggire alla nostalgia di casa, è d'uopo frequentarsi, per scoprire che magari da giovane usciva con una di via dei Castani.

Una di queste sere per sfuggire all'afa e sfidando le zanzare del Naviglio Pavese ci siam presi un aperitivo, nel locale accanto al Maya, di cui non ricordo mai il nome.

Mentre brontolavo di clienti e fornitori, raccontavo dei preparativi di matrimonio di mia sorella, di amori, d'arte ed altri prodigi lo vedo alzarsi, per salutare un altro tizio con il tipico aspetto di chi lavora nel mondo della moda.

I soliti convenevoli, da quanto tempo non ci si vede, che fai e che non fai. Mi annoio educatamente, quando l'altro, ridendo, si rivolge a Piero con

"Brutto fascio, ma le botte che m'ha dato"

E lui scuotendo il campo

"Ma pure quante ne ho prese"

Piero, dinanzi al mio stupore

"Lui era di Autonomia e io, insomma nero"

"Proprio Autonomia no..."

"Insomma, voi gruppettari de sinistra eravate tutti uguali. Neppure voi sapevate la differenza tra 'na sigla e 'n' altra. E non fa quella faccia. Tu non puoi capì che era Roma in quei giorni. Io decisi d'essè fascio il giorno in cui cominciò er processo der Rogo di Primavalle. Il 28 febbraio der 1975. Ce l'ho scolpita in mente, quella data. Quando ammazzarono er povero Mikis Mantakas. Gli scontri a fuoco nelle piazze. La guerriglia urbana. Le molotov"

"Io un po' prima ho fatto politica, ma son del '60"

"E smettila de guardacce così. Tu sei pischello rispetto a noi e non puoi ricordare".

"Certo eravamo coglioni"

"Come tutti a quell'età. Sei convinto d'avere sempre ragione, di poter prendere a pizzettoni il mondo. Noi eravamo ubriachi de politica e vedevamo il mondo in bianco e nero. C'erano i cattivi, l'altri, che picchiavano e sparavano. E noi dovevamo difendece. Me sa che per te era lo stesso..."

"Mi hai rubato le parole di bocca"

"Poi, il peso ossessivo dei morti. Ale, la tua generazione che ha dimenticato tutto o che magari è semplicemente ignorante, non sai che fortuna abbia. Per noi la vendetta, dei camerati nel mio caso, dei compagni nel suo, caduti era qualcosa più di un obbligo. Er patto di sangue che i morti imponevano ai vivi, per essere ricordati."

"Potevamo finì male. Io non ho fatto la porcata della lotta armata perchè c'ho avuto la fortuna d'un papà poliziotto. E non me voleva nessuno, perchè mi consideravano poco affidabile e compromesso con lo Stato plutocrate e borghese"

"Insomma, io perchè... Non ho avuto occasione. Tutto qui. Chiamala casualità, ma se me fosse capitato, ci sarei entrato nei NAR."

"Mejo così. Non abbiamo ammazzato nessuno, non siamo finiti al gabbio.."

"Già. E ci ritroviamo a brindare ad un'Italia che non ci piace... Ma in  in fondo non è così brutto viverci"

Ed alzarono i loro Negroni al cielo.





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- alessiobrugnoli -

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19/05/2009





Vita al lago



Per te, dolce sussurro di sillaba nel  vento aurorale dei ricordi, quando andavamo al lago a pescare lucci e trote, il tempo veniva meno e avanzavano gli anni, ma uniti insieme fermavamo il tempo, quando sulla veranda mi dicevi parole dolci, ed eravamo noi due e il lago intorno che non finiva mai. Io mi alzavo presto per andare con una barca a pescare, e qualche volta tornavo anche senza niente, ma  eravamo felici allora, il nostro passato era il presente e il nostro futuro eravamo noi due e il lago, anche il lago dei tuoi occhi, in cui mi perdevo e vi nuotavo bracciate senza fine e tu mi dicevi, ma che ti sei incantato? Sì, io mi incantavo sempre, ogni giorno di più a guardarti e tu rimanevi tale e quale. Io non volevo vedermi allo specchio se non c’eri tu accanto, tanto che mi lasciai la barba incolta e tu per scherzo me la tiravi. Eravamo senza figli, ma la nostra storia d’amore doveva continuare anche dopo la nostra morte, io lo sapevo, niente termina veramente su questa terra. Tu dipingevi ed io facevo lo scrittore di grido, tanto che gridavo tutto il giorno ai lucci perché mangiassero e le trote s’erano incantate e non abboccavano mai all’amo. Io la notte scrivevo, che silenzio, che pace quelle estati. Una volta un turbinio di vento per poco non ci prendeva, ed eravamo tornati appena in tempo nella nostra casa di legno al lago. Una volta venne a trovarci un famoso editore ed io pescai dieci pesci tra trote e lucci, tu li cucinasti all’aria aperta, era estate e mangiammo all’aperto, quanti insetti! Essi venivano tutti a te che avevi la carne dolce come il miele, e a un certo punto dovemmo tornare a casa perché non ne potevamo più delle zanzare. Dentro casa c’erano le finestre con le zanzariere altrimenti era da morire. Quella volta l’editore mi commissionò un libro sulla vita al lago e mi diede un anticipo sulle vendite di cinquemila euro, eravamo felicissimi. Sulle pareti erano appesi i tuoi quadri, e uno in particolare attirò l’attenzione dell’editore, l’alba sul lago, noi glielo regalammo e subito ce ne pentimmo, perché era carico di ricche sfumature che avevi colto quando, allora, ti svegliavi presto per dipingere. Certo l’inverno era difficile da sopportare, ma avevamo un gatto e un cane che fin da piccoli erano cresciuti insieme, e si volevano bene come de fratelli. Avevamo un camino e un ripostiglio per la legna, il camino era di latifoglio, perciò anche se il camino era anch’esso di legno, era resistente al calore. Tu dipingevi, io scrivevo e gli animali ci facevano la compagnia, cosa potevamo desiderare di più? Dei figli, ma non sono venuti. Ma noi eravamo uniti in un unico amore che doveva durare, anche oltre la morte.





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- albertoteodori -

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Un battito d'ali è stata pubblicata la poesia vincitrice della Seconda Edizione 2007 del Concorso.









Alda Merini...


Io ero un uccello dal bianco ventre gentile, qualcuno mi ha tagliato la gola per riderci sopra, non so. Io ero un albatro grande e volteggiavo sui mari. Qualcuno ha fermato il mio viaggio, senza nessuna carità di suono. Ma anche distesa per terra io canto ora per te le mie canzoni d’amore.

Alda Merini






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